
Da anni la Serie A vive un’epoca di austerity, caratterizzata da uno stato di salute precario, con i bilanci di molte società (anche blasonate) perennemente in rosso. Del resto, se i ricavi ristagnano ed al contempo i costi aumentano vertiginosamente, poi non bastano le plusvalenze – reali o fittizie – a superare un indebitamento diventato ormai endemico. L’ironia più grande, in questo scenario del tutto inefficiente dal punto di vista della sostenibilità economica, dove prospera la contabilità creativa alimentata ad arte da qualche astuto direttore sportivo? A uno dei pochi presidenti mecenati viene bloccato il mercato di gennaio, per effetto della interpretazione restrittiva di una norma sostanzialmente giusta. Applicata, però, coi paraocchi tipici della burocrazia italiana.
Procediamo con ordine: storicamente, la gestione di De Laurentiis è sempre stata virtuosa, per cui il Napoli non solo ha i conti in ordine. Ma può contare su quadi 200 milioni di riserve accantonate. Nondimeno, poiché la FIGC ha sostituito l’indice di liquidità con il costo del lavoro allargato (ingaggi dei calciatori e staff, ammortamenti, nonché commissioni versate agli agenti), in ossequio alla regola UEFA squad cost rule, il club partenopeo di fatto non ha potuto spendere i suoi soldi. Obbligato, dunque, a fare un mercato a saldo zero. Perciò, da un lato, niente Lookman, bensì Giovane e Alisson Santos. Dall’altro, la frettolosa cessione di due asset pagati letteralmente a peso d’oro in estate, è già sonoramente bocciati, come Lang e Lucca: bisognava operare esclusivamente tramite cessioni o risparmiando sul costo della rosa, senza tuttavia poter alzare il monte ingaggi.
Una “minoranza” che si impone
In teoria, le ragioni della Federazione sono coerenti con l’idea di rispettare le linee guida del Fair Play Finanziario. Peccato che il CLA ha due finestre annuali per presentare i conti, a ridosso delle due sessioni di mercato: entro il 30 novembre per quello di gennaio, ed entro il 31 maggio per quello estivo. Ecco che gli azzurri sforano il limite dell’80%: i ricavi derivanti dalla mancata partecipazione alla Champions League della passata stagione, mancano al bilancio di settembre. Un mero brocardo giuridico, che blocca il Napoli, favorendo invece società strutturalmente indebitate. Eppure libere di fare mercato.
A rendere il contesto assai grottesco, mettendo nuovamente alla berlina la credibilità delle Istituzioni calcistiche, oltre ad inficiare l’uguaglianza competitiva del campionato, il fatto che la stessa FIGC, consapevole della forte incongruenza, aveva suggerito una correzione tecnica: ebbene, 15 club di Serie A hanno votato sì. A opporsi, piuttosto che astenersi, guarda caso, le “strisciate” e la Roma. Insomma, la Federazione propone una modifica intelligente, ponendo contemporaneamente una condizione surreale. Qualcosa tipo: approviamo soltanto nel caso in cui la Juventus, le milanesi ed i giallorossi si impegnino formalmente a non fare successivamente causa.
Allora, torna prepotentemente in auge il concetto di credibilità: per esempio, Inter e Milan, fregandosene bellamente di austerity e sostenibilità, continuano a rifinanziare i loro debiti. Cioè, si fanno fare un prestito, per coprire quello ottenuto precedentemente. Saldi la posta di bilancio, pareggiando il debito regresso? Assolutamente no; ti limiti semplicemente a cambiare creditore, procrastinando il pagamento. Non sono supposizioni; al contrario, è notizia di queste settimane che i rossoneri provvedono a coprire circa 500 milioni di esposizione, allungando le scadenze con un nuovo prestito. Mentre i cugini nerazzurri hanno estinto anticipatamente un bond da 400 milioni, surrogandolo con un nuovo finanziamento a scadenza più lunga. Così da ridurre l’impatto annuale sul bilancio. In soldoni, entrambe, da questo maquillage contabile (sia ben inteso, completamente legale…) ottengono un maggior beneficio finanziario. Che chiaramente produce i suoi effetti in mezzo al campo.
Le scommesse di Manna
Torniamo per un attimo al mercato estivo del Napoli: Beukema sta funzionando, ma solamente a tratti; Milinkovic-Savic risponde alla logica di avere un’alternativa reale a Meret, capace di strappargli all’occorrenza il posto da titolare. Cosa che in effetti, s’è avverata. Magari è ingiusto attribuire all’operato di Manna l’aggettivo fallimentare. Sarebbe troppo offensivo nei suoi confronti. Nondimeno, viste le premesse con cui si è aperta la campagna “di riparazione”, appare evidente la necessità del diesse di compiere delle vere scommesse, perché sia Giovane che Alisson Santos sono profili ancora in fase di sviluppo. Lookman avrebbe suscitato altri entusiasmi. Rilanciando le ambizioni in chiave scudetto degli azzurri. Ma una “minoranza” neanche troppo silenziosa ha deciso diversamente.
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