
Ormai lo sanno anche quelli che guardano con malcelata strafottenza al mercato di riparazione: la Commissione di nomina governativa, ma indipendente, deputata a vigilare sullo stato finanziario delle squadre di Serie A – per fare chiarezza , quella che ha preso il posto della Covisoc -, dopo aver spulciato i conti del Napoli, ha stabilito che il club, non avendo rispettato i parametri richiesti (in particolare, l’indicatore Costo del lavoro allargato fratto ricavi inferiore allo 0,8), in questa sessione di gennaio potrà operare soltanto a saldo zero. Si possono fare prestiti o acquisti che non aggravino il bilancio, il cui impatto sui conti rimanga complessivamente neutro. Dunque, per ogni giocatore eventualmente acquistato sarà necessaria un’uscita equivalente.
Una situazione non facile, perché l’attuale limitazione, soprattutto in vista della prossima estate, potrebbe addirittura peggiorare. Nel senso che a giugno, l’indicatore diventerà ancora più restrittivo (ovvero 0,7). Per cui, in ossequio alle pretese della Figc, che sta puntando a una nuova sostenibilità economica attraverso parametri gradualmente sempre più stringenti, uniformandosi a quanto fa già l’Uefa con le sue commissioni, chiunque non dovesse rispettarlo, sarà sanzionato col blocco totale del mercato.
Finestra temporale sfavorevole
Certo, il modo per sistemare il parametro non rispettato esiste, e si chiama ricapitalizzazione. In realtà, c’è pure un’alternativa all’aumento di capitale sociale da parte della proprietà, cioè l’inserimento di crediti futuri esigibili (per esempio, i diritti tv). Detto che il Napoli ha scelto di non applicare alcun correttivo, accettando la sanzione, però, sorge un dubbio amletico. E chissà che lo stesso De Laurentiis non si sia posta la medesima domanda: allora che senso ha avere i bilanci a posto, se poi, invece di poter operare liberamente, sei costretto ad agire facendo sostanzialmente operazioni in entrata ed in uscita che si equivalgono?
Appare quindi paradossale che una società sana, con liquidità e patrimonio netto positivo – ergo, con grande disponibilità di cassa -, venga bloccata da un cavillo contabile. Perché, in linea di principio, la norma trova fondamento nell’esigenza di rendere il “sistema” assolutamente sostenibile. A destare qualche sospetto, tuttavia, è l’applicazione concreta della nuova disciplina contabile.

Per comprendere appieno di cosa stiamo parlando bisogna fare un passo indietro. In passato, per valutare se una società avesse i conti in regola si utilizzava il famigerato indice di liquidità. Un parametro che misurava la capacità di far fronte ai debiti nei 12 mesi successivi. Ora si è optato per il criterio ispirato dalla Uefa: la squad cost rule, cioè il rapporto tra ricavi (proventi da diritti TV, commerciali e plusvalenze considerate sulla media triennale) e costi della prima squadra (ingaggi dei giocatori e dello staff tecnico, ammortamenti dei cartellini e commissioni agli agenti).
De facto, a fregare il Napoli è stata la finestra temporale assai sfavorevole, che l’ha catapultato ben oltre la soglia: si guarda al 30 settembre 2025 tornando indietro al 30 settembre 2024, cioè l’anno senza ricavi europei e con costi più alti. Insomma, se ci fosse stato l’indice di liquidità, il Napoli non avrebbe avuto alcun problema.
Miopia e poca credibilità
A questo punto, sembra davvero che la lettura dei venti e passa anni di presidenza De Laurentiis non abbia insegnato alcunché. Perciò, bloccare il mercato del Napoli fa luce, proiettando al contempo ombre inquietanti, su come venga effettivamente amministrato il calcio in Italia. Dalle stanze del Potere, Federazione piuttosto che Lega Serie A, filtrano modelli gestionali nient’affatto veritieri, tipici delle economie vicine allo stato di default, causa irreversibile declino industriale. Manca un piano di intervento pluriennale: gli stadi sono vecchi, fatiscenti e obsoleti. Tutte diminutio che si ripercuotono sui proventi da botteghino. A questo aggiungiamo che la vendita all’estero dei diritti del nostro campionato sono inferiori non solo alla Premier: 3 miliardi rispetto ai ricavi audiovisivi della A, che viaggiano intorno ai 900 milioni. Persino Liga e Bundesliga ci hanno abbondantemente superato.
A peggiorare la situazione, drammaticamente simile a quella del Titanic che navigava (lui sì inconsapevole, al contrario dei Padroni del Vapore…) verso l’impatto con l’iceberg, un mercato drogato, dove gli agenti incassano cifre sproporzionate, controllando il traffico alla stregua dei casellanti. Adesso non deroghiamo, magari su come le società vengano “ricattate” dai procuratori, in combutta con i loro assistiti, talvolta con il beneplacito consenso di diesse compiacenti, ne parleremo prossimamente Atteniamoci al limite operativo imposto al Napoli a gennaio. I suoi bilanci raccontano di una società virtuosa. Una verità brutale, da spiattellare in faccia a burocrati e ragionieri. L’ennesimo colpo alla credibilità dell’Italia del pallone.
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