
Una delle chiavi di pericolosità del Napoli è il ruolo delle ali, fondamentali nello sviluppo della manovra. Attualmente gli azzurri capitalizzano poco offensivamente il loro possesso. In effetti, la circolazione della palla ristagna a livello perimetrale. Per cui emergono con chiarezza gli enormi problemi nel far collassare le difese avversarie. Una situazione che si riflette inevitabilmente in una minore capacità nel creare sovrannumero sull’esterno. Eppure, la squadra partenopea cerca sempre di occupare l’ampiezza su lato, mentre sul versante opposto l’esterno si muove in zone più interne.
A destra, Politano in genere pesta la linea, con Di Lorenzo che adatta la sua posizione rispetto all’atteggiamento difensivo dell’avversario, tagliando internamente oppure sovrapponendosi. Dal lato opposto, invece, Lang appare ancora acerbo. Allora incorre in errori nelle letture. A peggiorare le cose, diverse ingenuità caratteriali dell’olandese (tipo i mugugni seguiti alla sostituzione contro la Fiorentina), che contribuiscono a rendere l’aria di Castelvolturno tutt’altro che respirabile. Nonché, sollevano dubbi sull’effettiva maturazione del giocatore, incapace di scrollarsi di dosso quella immagine di indolenza. Un insofferente alle critiche, quindi, impossibilitato a esprimere per intero il suo potenziale.
Lang troppo scolastico

Prima che si infortunasse, la principale fonte di pericolo era quasi sempre costituita dalle iniziative individuali di Alisson Santos. Talvolta condizionato da un egoismo cronico, perciò poco lucido. Nondimeno, bravo a isolarsi in situazione di uno vs uno. E poi puntare, lanciato in velocità. Lang non è un esterno esplosivo. Preferisce partire da fermo, cioè ricevere nei piedi e dopo affrontare l’avversario. Ma contro le difese schierate un approccio così poco dinamico appare controproducente per fare progredire l’azione. Comunque, disfunzionale in termini di brillantezza dello sviluppo della manovra d’attacco. Perché obbliga l’olandese a tornare indietro sul piede forte (il destro).
Inoltre, al contrario del brasiliano, che azzarda finte e sterzate coraggiose, al limite dell’incoscienza calcistica, l’ex PSV non forza mai la giocata individuale, preferendo riciclare il pallone con un passaggio più prudente, votato al mero mantenimento del possesso.
Insomma, l’avvio di stagione a rilento preoccupa Allegri. Lecito chiedersi se il Conte Max, durante la sosta si interrogherò sulla opportunità di mettere in discussione le idee che aveva dato per scontate. Non è da escludere pensare che, per risollevare le sorti del Napoli, nel prossimo futuro possa compiere scelte tattiche più variegate. In questo scenario, tornare al 3-4-2-1 sarebbe sì un compromesso. Al contempo, la squadra (ri)troverebbe d’incanto quella comfort zone dettata dal fatto che conosce già i sincronismi connessi a tale sistema. Grazie alla pausa per le Nazionali più lunga della storia, l’allenatore avrà tre settimane per trovare risposte ai tanti problemi che affliggono i suoi uomini.
Hojlund va supportato
Non va trascurato un piccolo particolare: una volta arrivato nella trequarti altrui, i meccanismi d’attacco dei partenopei si inceppano inesorabilmente. Hojlund è un centravanti che sa destreggiarsi spalle alla porta. Allo stesso modo, quando aggredisce la profondità, diventa a tratti davvero immarcabile. Però il rovescio della medaglia di occupare la metà campo avversaria con il palleggio prolungato sta proprio nello schiacciare il danese sulla linea dell’area di rigore, preda delle asfissianti cure dei difensori. Ecco, occorrerebbe una maggiore connessione con i compagni. Un gioco di raccordo, che consentisse al vertice dell’attacco azzurro di scambiare sul corto, utilizzando con perizia il “terzo uomo”.

Ad oggi è probabile che l’unico funzionale a garantire l’innesco di pattern specifici in zone più avanzate del campo, sarebbe Vergara, piazzato a destra, in luogo di Politano. Il prodotto del settore giovanile potrebbe risultare determinante, in fase di rifinitura o conclusione, grazie a una innegabile abilità nel muoversi nello stretto. In pratica, se al Napoli manca un po’ di verticalità, preferendo privilegiare l’ampiezza, il numero 26 assicurerebbe una soluzione creativa, offrendo una traccia pulita tra le linee. Attaccando in maniera dinamica la tasca tra il terzino e il centrale avversario. Complicata da decodificare, perché costringerebbe ad abbassare un centrocampista, per disinnescare quella imbucata.
E poco importa che Allegri cerchi di calmare gli entusiasmi in risposta a chi, all’ombra del Vesuvio, lo ritenga un talento generazionale. A fargli compagnia là davanti, Neres, che non è mai stato un grande finalizzatore. Tra l’altro, dopo l’infortunio della scorsa stagione, non sembra al massimo della forma. Ma se sta bene, è un dribblomane, in grado di fare ciò che vuole con il pallone nei piedi.
Urge dare un segnale forte
Peccato che se Vergara diventasse l’uomo della provvidenza, Lang andrebbe di filato ad accomodarsi in panchina. Perché, all’interno di un ipotetico 3-4-2-1, mentre Neres sembra essere a suo agio nelle ricezioni interne, il belga, quando scivola nel mezzo spazio di sinistra, appare in notevole difficoltà, vittima di endemiche timidezze tecniche. Del resto, spesso viene incontro al pallone, ricevendo con la postura sbagliata, ovvero usando l’esterno piede. A quel punto diventa complicato dribblare. Meglio sarebbe uno stop orientato col sinistro, se poi volesse andare lungo linea. Altrimenti, è quasi costretto a stringere, cercando di esplorare lo spazio alle spalle dei centrocampisti avversari.

In definitiva, le difficoltà fanno riflettere. Manca un supporto continuo a sostegno della prima linea. Agli avversari basta schierarsi con un blocco basso per rendere evidente la sterilità del palleggio nell’ultimo terzo di campo. Ergo, preoccupano non tanto i 7 punti conquistati in 5 partite, bensì il numero di squadre (tante!) che separano il Napoli dalle zone nobili della classifica. L’immobilismo potrebbe essere un brutto segnale. Dunque, logico cambiare e poi succeda quel che deve succedere. Sarebbe una decisione sensata, se consideriamo che Conte ha costruito le sue vittorie in azzurro proprio su questo modulo. Dando una chiara identità ad un gruppo tutt’altro che fragile emotivamente, o incapace di risolvere i suoi problemi calcistici.
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