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Prematuro giudicare negativamente le scelte di Allegri, ma il copione va cambiato. E pure qualche interprete

Il processo di rinnovamento fatica a decollare: gli azzurri spesso vanno a corrente alternata, limitandosi a vivacchiare. Urge una chiara inversione di tendenza, innanzitutto nell’intensità

Con la sosta del campionato per le Nazionali, all’ombra del Vesuvio aleggia una domanda scomoda: da dove può ripartire il Napoli per riavviare una stagione iniziata con il piede sbagliato? Le tre sconfitte consecutive (Como, Inter e Arsenal) mandano inevitabilmente sul banco degli imputati Massimiliano Allegri, che era sbarcato in città con un fardello pesante, in termini di scetticismo. Certo, metterne in discussione il progetto, al di là delle aspettative che c’erano in estate, pare decisamente prematuro.

Del resto, questo gruppo ha vissuto un passaggio complicato, da Conte alla nuova gestione tecnica. Inoltre, il mercato non ha aiutato il processo di transizione. Immaginare di poter rilanciare Lucca e Lang dopo un’annata in chiaroscuro conferma esplicitamente l’esigenza di austerità imposta dalla proprietà alla direzione sportiva. Contribuendo a portare in dote vecchi problemi, sotto forma di esuberi già abbondantemente bocciati in precedenza, causa palese inaffidabilità. Chi è rientrato dal prestito non ha affatto alzato il livello competitivo della rosa. Anzi, si porta appresso un dubbio amletico. Ovvero, se la via della “sostenibilità” si sposi con le ambizioni della piazza.

De Bruyne in versione Premier

Eppure, con le scelte tattiche operate finora, l’allenatore livornese si è infilato in una spirale negativa, evidenziando fragilità e limiti strutturali. Ma con grande onestà intellettuale, gli va riconosciuto che ogni decisione presa rientra nelle more di un calcio reattivo e non proattivo. Perciò, coerentemente con la sua filosofia, appare logico impostare il piano gara sviluppando sì un gran possesso, con l’obiettivo di aprire il campo alle spalle degli avversari e poi provare ad attaccare sul lungo. Chiaro che, palleggiando sul perimetro e non verticalizzando mai, corre seriamente il rischio di trovare tutti gli spazi chiusi. Ecco che la manovra ristagna nel classico giropalla perimetrale, utile ad accerchiare l’area, senza alcun costrutto.

A peggiorare la situazione, le assenze forzate di McTominay e Anguissa, che sottraggono alla squadra la possibilità di sfruttarne le abilità da “invasori”. Cioè, quell’inserimento tipico della mezzala, che occupa dinamicamente i corridoi intermedi, grazie al cambio di passo. Il compito di alzare il livello qualitativo tra le linee dovrebbe toccare a De Bruyne, che però svolge un ruolo ibrido. Un po’ trequartista; all’occorrenza, pronto a trasformarsi in centrocampista aggiunto, scivolando in mediana, così da garantire a Gilmour o Lobotka una ulteriore soluzione di passaggio. Evidente l’intenzione di formare un triangolo in costruzione – con il belga vertice alto -, completato dal “doppio regista”, per spostare da un lato all’altro il flusso dell’azione e muovere il blocco sottopalla. Allora, le poche opportunità che generalmente crea il Napoli per manipolare l’assetto difensivo predisposto dagli avversari sono estemporanee, figlie più delle qualità dei singoli anziché di una efficace organizzazione collettiva.

Vergara per creare superiorità numerica

In questo scenario anche gli esterni faticano a produrre qualcosa di buono. Ormai Politano è un laterale a tutta fascia, piuttosto che una reale ala. Per cui sono più le occasioni dove emerge il suo spirito di abnegazione, che si traduce nello svolgere funzioni di “quinto”, invece di supportare il centravanti. A proposito di Hojlund: la prima idea è quella di attivarlo, mettendolo in condizione di giocarsi l’uno vs uno con il marcatore diretto. Ma poi bisogna accompagnarlo, portando tanti uomini nell’ultimo terzo di campo. Insomma, gli azzurri sono spesso talmente rinunciatari e passivi, da sembrare costantemente in apnea nella fase di attacco. Quindi, prima di qualsiasi altra cosa il tecnico azzurro dovrà trovare la maniera di sfruttare meglio il danese, sostenendolo adeguatamente.

Come? Concentrando l’energia di Hojlund nell’attacco della profondità. Controproducente aspettare che riceva sempre il pallone con l’uomo addosso. Meglio se si smarca in verticale, essendo perfettamente capace di ricevere in corsa e non solamente sulla figura. Altresì, non sarebbe male pensare di allestire una formazione in grado di trarre vantaggio dalle risorse offensive presenti in organico, potendo contare su Neres e Vergara. Nonostante una diversa interpretazione del ruolo, arruolarli nelle rotazioni significherebbe tornare a posizionare dietro il centravanti giocatori autosufficienti nel generare superiorità numerica; nonché efficienti nell’adattarsi ai movimenti di Hojlund, buttandosi nello spazio liberato proprio dal danese.

Pazienza e fiducia

Mentre un capitolo a parte va sicuramente destinato a De Bruyne: chi ne predicava un uso centellinato, magari relegandolo al ruolo di lussuosa riserva, da mandare dentro a gara in corso, sostenendo la tesi che la squadra non poteva attendere il momento in cui avesse ritrovato la miglior condizione fisica, sarà rimasto sorpreso nel vederlo dominare letteralmente il centrocampo dell’Italia, con la maglia del Belgio. Questo, paradossalmente, potrebbe essere un problema, se davvero Allegri volesse alzare il ritmo, schierando   giocatori rapidi di gambe come Neres e Vergara, accantonando un profilo del calibro di KDB, al momento più veloce nella testa.

Ovviamente è presto per giudicare negativamente la stagione del Napoli. Allegri ha ancora il tempo per correggere un progetto tecnico sposato solo un paio di mesi fa. D’altronde, la fiducia di De Laurentiis nei suoi confronti non è mai venuta meno. Nella speranza che questo gruppo prenda consapevolezza della sua forza, e mostri margini di miglioramento. Trovando finalmente intuizioni vincenti (l’allenatore) e continuità nei risultati (la squadra).

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