
Ci sono sconfitte che non finiscono sul tabellino. E quella vista all’Allianz Stadium durante il minuto di raccoglimento dedicato a Sandro Mazzola è una di queste.
Una parte della Curva Sud della Juventus ha deciso di voltarsi di spalle e di intonare cori dedicati a figure della storia bianconera. Un gesto inaccettabile, senza se e senza ma.
Lo scrivo rivolgendomi soprattutto agli juventini, perché questa volta non mi interessa sapere cosa abbiano fatto in passato gli ultras dell’Inter, del Torino, del Milan, della Roma o di qualsiasi altra squadra. Non servono precedenti, striscioni, cori o vergogne altrui per cercare un’assoluzione che non esiste. Qui si parla della Juventus!
Proprio per questo la domanda è un’altra: quei quattro cretini sanno davvero cosa significa essere juventini?
Perché essere juventini non significa soltanto esultare quando si vince. Non significa contare gli scudetti, odiare sportivamente l’Inter o considerare ogni avversario un nemico anche quando il pallone ha smesso di rotolare.
Essere juventini significa appartenere, anche soltanto da tifosi, a una storia che ha costruito parte della propria grandezza su una parola oggi troppo spesso dimenticata: stile.
Lo stile Juve
Quello di Giampiero Boniperti, uomo che ha attraversato la storia bianconera prima da straordinario calciatore e poi da presidente. L’uomo del “Vincere non è importante, è l’unica cosa che conta”, frase diventata patrimonio dell’identità juventina. Ma Boniperti non insegnava soltanto a vincere. Insegnava come si rappresenta la Juventus: sobrietà, rispetto, senso di appartenenza e consapevolezza del peso di quella maglia.
Quello stile che Gianni Agnelli ha incarnato per decenni. L’Avvocato poteva essere pungente, ironico, persino tagliente nelle sue battute, ma conosceva perfettamente il valore degli avversari e la grandezza dei campioni. Perché chi conosce davvero il calcio sa distinguere la rivalità dalla mancanza di rispetto.
Ed è proprio qui che qualcuno ha dimostrato di non avere capito nulla della Juventus.
Sandro Mazzola era una bandiera dell’Inter. Certamente. Uno dei simboli della grande rivale bianconera. Ma Mazzola è stato soprattutto uno dei più grandi calciatori italiani, campione d’Europa con la Nazionale nel 1968 e finalista mondiale nel 1970. Era inoltre il figlio di Valentino Mazzola, capitano del Grande Torino scomparso nella tragedia di Superga.
Davanti alla morte non esiste Juventus-Inter, esiste il rispetto
C’è poi qualcosa di persino paradossale nell’intonare il nome di Gaetano Scirea mentre si manca di rispetto a un grande campione scomparso. Perché se esiste un uomo che ha rappresentato la Juventus attraverso educazione, correttezza, classe e rispetto dell’avversario, quell’uomo è stato proprio Scirea, e Gaetano non avrebbe mai e poi mai fischiato un suo avversario nel minuto di silenzio. Usare il suo nome in quel momento non rende quel gesto più juventino. Lo rende ancora più assurdo.
Lo stesso vale per Gianni Agnelli. Invocare l’Avvocato mentre si voltano le spalle durante il ricordo di un grande avversario significa probabilmente non avere compreso proprio quello stile che si pretende di celebrare.
La Juventus ha fatto bene a prendere immediatamente le distanze, ricordando che nessuna rivalità può giustificare la mancanza di rispetto durante un minuto di silenzio.
Parole necessarie, perché chi si è comportato in quel modo non rappresenta milioni di juventini. Lo Stadium, del resto, lo ha dimostrato: mentre una parte della curva voltava le spalle, il resto dello stadio ha salutato Sandro Mazzola con un applauso.
Quella è la Juventus che riconosco
Quella che può detestare sportivamente l’Inter per novanta minuti e rispettarne la storia per tutta la vita. Quella che vuole battere l’avversario sul campo, non cancellarne la memoria. Quella che sa che i grandissimi campioni appartengono alle rispettive maglie, ma appartengono anche alla storia del calcio italiano. Ai quattro cretini che hanno pensato di difendere la juventinità voltandosi dall’altra parte andrebbe spiegato proprio questo.
Essere juventini non significa voltare le spalle a Sandro Mazzola. Significa essere abbastanza grandi da potergli rendere omaggio anche sapendo che indossava la maglia dell’Inter.
La Juventus è diventata la Juventus anche perché per generazioni ha preteso da chi rappresentava quei colori qualcosa in più.
Boniperti lo sapeva. Agnelli lo sapeva. Scirea lo sapeva. Lo hanno saputo i grandissimi campioni che hanno attraversato più di un secolo di storia bianconera. Perché alla fine tutto si riduce a una regola semplicissima.
La rivalità finisce dove comincia il rispetto. Chi non lo comprende può anche occupare un posto nella curva della Juventus. Può cantare, sventolare una bandiera e dichiararsi juventino quanto vuole.
Ma prima di sentirsi depositario della juventinità dovrebbe almeno imparare che cosa significhi davvero quella parola.
Fabrizio Gerolla
Direttore responsabile NonSoloCalcio.News



