L’EDITORIALE
Il Toro è di nuovo lì, sospeso sopra la zona retrocessione. E mentre la classifica si accorcia verso il basso, la società affida la panchina a Roberto D’Aversa. Una scelta che divide, in un momento in cui servirebbero certezze.
D’Aversa porta con sé una carriera fatta di alti e bassi: la straordinaria scalata con il Parma Calcio 1913 dalla C alla A, ma anche esoneri con UC Sampdoria e US Lecce, la retrocessione con l’Empoli FC nonostante la semifinale di Coppa Italia conquistata eliminando la Juventus FC ai rigori. Sullo sfondo, la vecchia squalifica per il coinvolgimento marginale in un’inchiesta scommesse e la recente testata in panchina costata mesi di stop. Non il profilo rassicurante che ti aspetti quando la pressione è massima.
Ma il problema è più ampio. Il vero nodo è Urbano Cairo e una gestione che, dal 2005, ha alternato proclami e ridimensionamenti.
I numeri raccontano una storia scomoda:
– anni interi senza stabilità tecnica;
– una lunga serie di derby persi contro la Juventus, con vittorie diventate rarità statistica;
– stagioni chiuse con record negativi di punti, di gol subiti, di sconfitte interne;
– un settimo posto nel 2019 rimasto episodio isolato, non punto di partenza.
E poi il passato che brucia: gli anni in Serie B, le retrocessioni che hanno segnato la storia recente del club. Un incubo che sembrava archiviato e che oggi torna a fare capolino. Perché quando vivi stabilmente nella metà destra della classifica e poi scivoli verso il basso, la B non è più un ricordo: è una possibilità concreta.
Cairo ha spesso parlato di progetto, di crescita sostenibile, di ambizione europea. Ma il campo restituisce altro: programmazione fragile, cambi continui, investimenti calibrati al minimo indispensabile. Ogni stagione una rifondazione, ogni estate una promessa. E ogni primavera una delusione.
La scelta di D’Aversa si inserisce in questo schema: una scommessa, l’ennesima, nel momento in cui servirebbe una garanzia. Un tentativo di rianimare una squadra senza aver mai realmente curato le cause profonde della crisi.
La fotografia finale è impietosa: derby persi, record negativi, tifosi esasperati, un’identità smarrita. E l’ombra della Serie B che torna ad allungarsi sui tifosi granata sempre più esasperati.
Nel Torino di oggi non domina una strategia. Domina la confusione. E quando la confusione diventa sistema, il rischio non è solo perdere partite. È perdere la propria storia.
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