
Il giudizio sul Napoli, all’indomani della gara contro il Villarreal, è inevitabilmente legato al risultato. La sconfitta, infatti, complica il cammino in Champions League. Se alla prima giornata il ko con l’Arsenal forse era abbastanza prevedibile, quello di ieri sera rappresenta una brutta botta per la classifica. Restare impaludati sul fondo, con zero punti, fotografa con disarmante spietatezza la profonda differenza che intercorre tra il campionato e la Coppa dalle Grandi Orecchie. Perché i partenopei dimostrano di procedere a tentoni, tra i passi avanti ammirati col Frosinone e l’evidente involuzione al cospetto del Sottomarino Giallo, che non appartiene all’élite, bensì alla middle class, del torneo.
Una specie di condanna all’inferiorità, che certifica sostanzialmente l’inadeguatezza della squadra di Allegri, se paragonata alle “big” continentali. Facile, tuttavia, tagliare corto e sostenere che gli azzurri sono semplicemente di passaggio. Destinati, cioè, al ruolo di comprimari, piuttosto che abili nel ritagliarsi uno spazio tra l’eccellenza dei principali top club europei.

In effetti, questo tipo di valutazione non tiene conto di quanto velocemente possa cambiare una partita, stravolta da piccoli dettagli o singoli episodi. Impossibile negare che l’inerzia del match sia cambiata radicalmente a causa di una leggerezza di Politano (per distacco, il peggiore in campo).
Il passaggio sbagliato, convertito immediatamente in assist, rimette in carreggiata i padroni di casa, fin a quel momento controllati senza tanti problemi dalla squadra partenopea. Ma al di là del tracciante scagliato da Mouriño, con cui gli spagnoli tre minuti dopo l’hanno ribaltata, punendo un Napoli ancora tramortito dall’assurdo pareggio, da quel momento è innegabile che agli uomini di Allegri si sia spenta progressivamente la luce. Un comportamento inqualificabile, che merita una spiegazione? Sicuramente sì: chi ha velleità di grandeur non dovrebbe sfaldarsi alla medesima velocità di un ghiacciolo all’equatore.
Statistiche negative per Allegri
Nel secondo tempo il Napoli è stato in balia degli eventi, veicolando l’impressione di correre meno, nonché peggio, del Villarreal. Al contrario della prima mezz’ora, dove aveva indirizzato a suo piacimento ritmo e flussi del gioco. A preoccupare, dunque, il differente atteggiamento tenuto nelle due frazioni. A caratterizzare la ripresa, una sgradevole sensazione di inconsistenza, dove a farla da padrone era la manovra involuta. Oltre all’assoluta mancanza di equilibrio, con e senza palla. Insomma, una confusione tecnica ed emotiva, rispetto all’efficacia del piano gara preparato e fatto eseguire inizialmente dal Conte Max.

Ecco, l’argomento allenatore, perlomeno sul piano statistico, merita un approfondimento. La proprietà l’ha scelto per cogliere appieno l’occasione di puntare su quanto di meglio offrisse il mercato in materia di top coach. Altri nomi, magari altrettanto affascinanti, si portavano appresso un mucchio di incognite in termini di esperienza maturata ad altissimi livelli. Ebbene, nelle ultime dieci sfide di Champions, il tecnico livornese ha ottenuto una sola misera vittoria, con un pareggio e otto sconfitte. Numeri non proprio entusiasmanti adesso che urge invertire un trend negativo.
Lecito a questo punto domandarsi se la trasferta iberica possa lasciare strascichi nella testa di questo gruppo: impossibile sostenere la tesi della débâcle immeritata. Chiaro, però, che il risultato sia decisamente crudele da digerire per una squadra in grado, per larghi tratti, di avere un atteggiamento addirittura autoritario. Capace di uscire da dietro palleggiando con grande qualità. Brava a risalire il campo ruotando gli interpreti, attraverso un’idea di calcio assai proattivo.
La fluidità non paga
Allora, se è comprensibile lo scoramento per la batosta, va aggiunto che comunque si sono viste delle cose buone, seppur limitate solamente al primo tempo. Gli interrogativi da sciogliere riguardano gli aspetti negativi della trasferta iberica. L’impatto del turnover sulle sorti dell’intera rosa, scontato per distribuire equamente carichi di lavoro e minutaggio, rimane enigmatico. Allegri, dovendo sopportare un vero tour de force (9 gare in 29 giorni), all’Estadio de la Cerámica è costretto a cambiare canovaccio. Questo principio presuppone un cambio di paradigma nemmeno troppo radicale, almeno difensivamente. Fermo restando la linea a tre, quindi, l’opzione di confermare il 3-4-2-1 viene drenata dall’approccio alla partita, interpretata attraverso un sistema fluido.

In teoria, avrebbe dovuto essere un classico 3-5-2, con Giovane nel ruolo di sottopunta, libero di spostarsi alle spalle di Hojlund. Praticamente, invece, gli adattamenti tattici assimilavano lo schieramento al 4-4-2, nella fase di non possesso. Perciò, a seconda che il lato forte del Villarreal fosse il destro oppure il sinistro, la retroguardia si appoggiava alternativamente su un giocatore in più, grazie alla propensione negli scivolamenti da terzino “puro” di Politano o Di Lorenzo, funzionali ad assicurare una copertura significativa nei recuperi.
In questo scenario, onde evitare di lasciare scoperta la trequarti, De Bruyne assumeva una posizione ibrida, stazionando dietro il centravanti danese, con l’intenzione di non concedere tracce pulite o verticalizzazioni alle sue spalle. Da quella zona avrebbe dovuto essere l’ago della bilancia, poiché poteva leggere in anticipo lo sviluppo dell’azione e continuare a retrocedere ben oltre il centrocampo, per contribuire alla prima costruzione assieme a Lobotka e McTominay. A proposito dello scozzese: è apparso notevolmente in difficoltà nel gestire le sue proverbiali invasioni offensive. Sembrava non avere il passo per generare vantaggio dagli inserimenti, tantomeno dalle ricezioni nell’half space. Ovviamente, a penalizzare KDB ha provveduto la mancanza di dinamismo nei secondi 45’. Una circostanza che ne ha amplificato la fragilità della tenuta fisica. Altrimenti avrebbe continuato ad essere decisivo, anziché limitarne le doti di creazione e rifinitura nella trequarti altrui.
Mossa disperata in attacco
Altro nodo da sciogliere: lavorare per garantire fiducia a profili su cui la società ha investito cifre da capogiro lo scorso mercato si sta rivelando un’arma a doppio taglio. Lang finora qualcosina l’ha fatta intravedere, specie nella fase di possesso. Meglio contro il Frosinone che da subentrato col Villarreal. Allegri s’è giocato la carta dell’olandese, sperando che aperto alla massima ampiezza destrutturasse l’assetto difensivo predisposto da Iñigo Pérez. Presumibile che non dovesse incollarsi alla linea laterale, ma stringere e portarsi via l’uomo: il trigger ideale per innescare Di Lorenzo (poi Spinazzola) sul binario mancino.

La questione più scivolosa riguarda Lucca, penalizzato da un rendimento davvero scadente. Alla disperata ricerca del pareggio, Allegri ha provato a dare nuovi equilibri offensivi ai suoi spendendosi la carta del doppio centravanti. Avvicinandolo alla porta, immaginava che l’ex Udinese potesse condividere con Hojlund lo spazio centrale, alleggerendone le responsabilità. Venire incontro al possessore e costringere gli spagnoli a adeguarsi al nuovo sistema. Amplificando, al contempo, il ventaglio di soluzioni negli ultimi sedici metri. Peccato che anche al vecchio Madrigal Lucca abbia dato l’impressione di correre spesso a vuoto. Inoltre, palesa una cronica allergia alla pressione derivante dall’indossare l’azzurro, una maglia indubbiamente pesante e onerosa.
In definitiva, siamo in un periodo storico in cui il Napoli deve necessariamente avere pazienza nel lavoro del suo allenatore. E compattarsi con fiducia intorno a lui. Nella speranza che le cose possano migliorare celermente. Del resto, è impossibile, per ragioni calcistiche ed economiche, vanificare le scelte estive. Non potendo fare marcia indietro in materia di mercato, ancor meno, sconfessare l’ingaggio di Allegri, non resta altra strada che supportarlo.
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