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(ESCLUSIVA) L’elogio dei sentimenti di Castellini: “Indossare le maglie di Torino e Napoli genera un’appartenenza profonda…”

Una leggenda per entrambe le squadre, il “Giaguaro”: 403 presenze in Serie A, vincendo uno scudetto storico in granata e sfiorandone un altro all’ombra del Vesuvio

Un po’ sotto la Mole e un po’ all’ombra del Vesuvio: Luciano Castellini ha vissuto così la sua storia calcistica. Uno straordinario viaggio, equamente diviso tra granata e azzurro. Superfluo sottolineare che qualunque giocatore venderebbe l’anima al Diavolo per essere amato da entrambe le tifoserie alla stregua del Giaguaro. Soprannome azzeccatissimo, per etichettare chi ha avuto il coraggio di interpretare il ruolo fuori dagli schemi. L’abitudine di spettacolarizzare la parata come gesto funzionale, piuttosto che mera platealità. Così, nell’arco di quindici anni, a cavallo tra ’70 e ’80, con i suoi interventi prodigiosi, strozza in gola l’urlo della rete mancata ai migliori attaccanti di almeno un paio di generazioni.

Non c’è che dire: il match di venerdì è la “sua” partita. Uno dei simboli più iconici di Napoli–Torino…

“Partiamo da una premessa: mi sono un po’ allontanato da questo calcio. Però non è retorica quando dico che ho avuto il grande onore di aver indossato queste due maglie. Squadre vere, con qualcosa di particolare dentro, specialmente nel creare rapporti, fuori e dentro il campo. Non a caso, con alcuni ex compagni abbiamo delle chat in cui ci sentiamo acniora, manteniamo forti i legami…”.

Zoff e gli anni ’80

Castellini è il prototipo del portiere di quelle stagioni. Il fisico compatto a far da contrasto a una eccellente forza esplosiva degli arti inferiori gli consentono straripanti balzi da palo a palo, morbidi e insieme flessuosi. L’enciclopedica conoscenza dei fondamentali gli fanno conservare un’aria nobile nel calcio del tempo. Oggi non per indole, ma in virtù delle sue caratteristiche tecniche, Luciano sarebbe senza ombra di dubbio un mattatore dell’italico pallone. Del resto, non si accumulano 403 gettoni di presenza in Serie A per caso. Tra l’altro, in un campionato rigorosamente a 16 squadre.

“Era un calcio completamente diverso, anche nelle regole. Per cui, essere uno dei sedici portieri che giocavano titolare in Serie A non era male come statistica. Ciascuno aveva una propria personalità, oltre alle sue caratteristiche tecniche. La prima regola, tuttavia, era parare. Non per forza compiere grandi interventi. Ma essere efficace. Oggi noto una maggiore attenzione nel giocare coi piedi. Però spesso, dopo una sequela di passaggi, poi c’è il lancio lungo. Perciò è complicato, oltre che inutile, cercare di fare dei paragoni…”.

Una vita condotta senza alcun eccesso, condita dal (apparente) sano antagonismo con Dino Zoff. Senza però mai una parola cattiva verso il collega, che gli fu sempre preferito da Bearzot in Nazionale, a scandire prima gli innumerevoli derby contro la Juventus. Quindi le sfide traboccanti di tensione in maglia azzurra, ad alimentare il fuoco di una storica rivalità, contenuta a stento, tra la Vecchia Signora e la squadra partenopea. Forse la scelta del Vecio non gli ha consentito di raggiungere la grandezza con maglia dell’Italia. Probabilmente l’eleganza inattaccabile di Dinomito seppe far breccia nel cuore del Commissario Tecnico più dei guizzi felini di Castello: un apparente contrasto di stili e sentimenti, in cui la parata fluiva comunque attraverso un movimento d’insieme armonico.

“Altro che rivalità, Dino è stato il mio testimone di nozze. Devo riconoscere che era più bravo di me. E lo accettavo. Io ero più pazzo, lui sicuramente aveva un approccio più attento e riflessivo…”.

Cuore Toro e Scudetto

L’arrivo a Torino corrisponde subito con la vittoria della Coppa Italia. Da lì in avanti, il presidente Orfeo Pianelli getta le basi per costruire qualcosa di veramente importante, dopo anni di lacrime e delusioni, implementando un gruppo capace di superare egoismi e gelosie. Dando così vita all’equivalente calcistico di un meccanismo (quasi…) perfetto, dove corsa, fatica e sacrificio collettivo si incastravano perfettamente con la qualità dei singoli.

“Potrà apparire banale, ma in quegli anni, essere un calciatore del Toro dava una identità diversa da tutte le altre. Pianelli ti accoglieva come dentro una grande famiglia. Dove lui faceva un po’ da presidente/imprenditore, e un po’ da padre…”.

A Castellini il granata entra sottopelle, inizia a scorrergli immediatamente nelle vene. Probabilmente perché non è solamente un colore. Bensì, un modo di essere. Una sorta di stato dell’anima, palpabile in qualsiasi momento. Innegabile senso di viscerale appartenenza, che tiene molto a che fare con l’orgoglio di vestire la stessa maglia degli “Invincibili”, scomparsi in un lontano giorno di pioggia. Il 16 maggio ‘76, ventisette anni dopo la tragedia di Superga, il Toro si laurea per la settima volta Campione d’Italia. A molti sembrò la quadratura del cerchio, la storia che riprendeva il suo corso naturale, intrecciando in un abbraccio romantico quella squadra e il “Grande Torino”. Uno scudetto indimenticabile, non a caso mai più ripetuto dai granata.

“In effetti, si sentiva il peso di quella maglia. Per giocare nel Toro dovevi avere gli attributi. Poi c’era il paragone con il Grande Torino: ti dava forza, al contempo, una grande responsabilità. Eri quasi obbligato a sudartela per essere all’altezza di chi aveva fatto la storia. Poi quando abbiamo vinto lo scudetto, un pezzetto di quella storia l’abbiamo scritto pure noi…”.

Napoli, una seconda vita

Otto anni non si cancellano con un colpo di spugna. Però, vivono per forza di cose momenti di appannamento. Quando il granata sbiadisce, con il giovane Terraneo ormai in rampa di lancio definitiva, Castellini non rimane indifferente alla corte di Corrado Ferlaino. Con Napoli scatta qualcosa di epidermico, l’impulso giusto per ripartire. La città lo adotta, senza tuttavia togliergli il fiato. Del resto, talvolta sarà anche una piazza asfissiante – fra la gente e il calcio c’è un rapporto fuori dal normale -, ma al San Paolo i tifosi sanno essere sanguigni e appassionati come al Comunale. Luciano ritrova un calore che lo avvolge. Indossa nuovamente i panni dell’attore protagonista, si prende la scena in silenzio. E cambia il corso della sua carriera, vivendo una seconda giovinezza.

“Ferlaino parlava poco, ma è sempre stato corretto. Credo che mi abbia apprezzato. Ho vissuto il trasferimento a Napoli come se dovessi prendermi una rivincita. Poi ho capito che era anche una grossa responsabilità. Potrà sembrare un discorso abusato, già sentito tante altre volte, ma il mio calcio era caratterizzato davvero dall’attaccamento alla maglia. Un sentimento profondo, che faceva vivere anche la professione in maniera diversa. Personalmente, se perdevo una partita, rimanevo chiuso in casa due giorni. Oggi vedo che in tanti si mettono la mano sul cuore, e dopo qualche settimana cambiano maglia!”.

Il Napoli è un osso durissimo per chiunque, si colloca in pianta stabile nelle prime posizioni della Serie A. Nonostante sia lontano dalle superpotenze del Nord, null’altro che il riflesso di un dominio all’epoca incontrastato, che va dal rettangolo verde alla politica. Le parate de ‘o giaguar’, come ormai lo chiamano affettuosamente i napoletani nel loro tipico slang dialettale, sono passaggi cruciali nell’assalto al tricolore. Una rincorsa che rimarrà nascosta nelle pieghe della sua esperienza partenopea.

“Ho tanti ricordi di Napoli. Il rapporto speciale con Krol. Il primo anno di Maradona. Un legame intenso, tant’è vero che mia moglie e Claudia si sentono ancora. Con Diego si stavano gettando le basi per vincere. A proposito di quell’anno, vorrei ricordare Rino Marchesi, che è mancato proprio in questi giorni. Era un allenatore che trasmetteva serenità al gruppo. Un grande comunicatore, che non dava ordini. Capiva come entrare in sintonia coi giocatori. E poi leggeva la partita come pochi. La stagione successiva avrei ancora potuto continuare a giocare. Ma ero stanco di testa, le tensioni della partita. E poi a 40 anni se fai una bella parata, dicono che è questione di esperienza. Però, se commetti un errore ti etichettano come vecchietto…”.

Un murales è per sempre

Una volta appesi i guanti al fatidico chiodo, Castellini sveste i panni della “bandiera”. Non volendosi accontentare di vivere nella gloria dei ricordi, indossa quelli del “Maestro”. Consapevole che sarebbe una grossolana perdita consegnare all’oblio le sue conoscenze. Qualcosa di profondamente diverso dal semplice preparatore. Una figura che si avvicina maggiormente al mentore. Ovvero, una sorta di autorevole consigliori, saggio e fidato. Fonte di ispirazione per chiunque fosse affamato di apprendere i trucchi del mestiere. Dal prato del “Paradiso”, a Interello, i suggerimenti paterni di Luciano svezzano giovani talenti, convertendoli in assoluti protagonisti.

“All’Inter praticamente ho lavorato con alcuni tra i più grandi allenatori, tipo Trapattoni (“straordinario nella gestione dello spogliatoio…”) o Mourinho (“uno che plasma i giocatori, li fa sentire importanti come pochi…”). Nonché con tutti i portieri che hanno vestito la maglia della Nazionale: Zenga, Pagliuca, Peruzzi e Toldo, oltre a Julio Cesar. Con portieri eccezionali come loro non c’è poi tanto bisogno di allenarli. E’ più una questione di consigli e suggerimenti da trasmettergli!”.

Insomma, il bilancio della vita sportiva di Luciano ha un mucchio di ricordi lieti. Magari il tempo può sfumarne i contorni. Ma ovviamente non ne cancella le imprese. Allora, in un‘epoca dove i calciatori sono prevalentemente orientati al showbusiness, e molti pensano di essere sostanzialmente divi della pedata, solo un personaggio come il Giaguaro poteva avere un murales dedicato nella Metropolitana (Linea 6) di Napoli. Sarà un caso, ma una delle opere di street art che celebrano le principali figure storiche del calcio napoletano di ogni tempo si trova presso la stazione “Mostra-Stadio Maradona”. Così da destinare Castellini a entrare direttamente nella leggenda.

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