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Nazionale senza futuro: vivai distrutti e dirigenti immobili

Gli azzurri fuori dai mondiali per la terza volta di fila

Italia fuori dai Mondiali, un fallimento storico tra errori, polemiche e un sistema calcistico che deve cambiare radicalmente.

Psicodramma azzurro di un’Italia inesistente

L’ennesima esclusione dell’Italia dai Mondiali non può più essere liquidata come un semplice incidente sportivo. Non è sfortuna, non è un episodio: è il risultato diretto di un sistema che da anni ha smarrito la propria identità.

E mentre gli Azzurri restano a casa, a festeggiare è la Bosnia, simbolo di un calcio che, paradossalmente, ha saputo valorizzare ciò che l’Italia ha progressivamente abbandonato.

Infatti il nostro è il sistema vecchio che ha smesso di produrre calciatori italiani. E il problema non nasce in prima squadra, ma molto prima: nei settori giovanili.

Nella maggioranza delle società professionistiche  dei club italiani, la percentuale di stranieri è altissima. Ragazzi reclutati da ogni parte del mondo vengono inseriti nei settori giovanili con l’obiettivo di valorizzazione economica, più che tecnica o formativa. Il risultato è che tanti giovani italiani restano fuori già a 14 o 15 anni.

Si crea così un cortocircuito evidente: meno italiani nei vivai, meno italiani pronti per il professionismo, meno italiani in prima squadra, meno scelta per la Nazionale.

Italia-Bosnia: il vero dramma è nei settori giovanili

I settori giovanili non sono più il cuore del progetto tecnico, ma diventano sempre più strumenti di mercato. Si seleziona invece di formare, si importa invece di costruire. E quando un sistema rinuncia a costruire in casa, prima o poi ne paga le conseguenze.

Non si tratta di chiudere le porte agli stranieri. Il calcio è globale e deve restarlo. Ma quando anche i vivai perdono la loro funzione educativa e identitaria, il sistema smette di funzionare.

Il dato più evidente è sotto gli occhi di tutti: la Serie A è ormai un campionato a maggioranza straniera. Circa il 70% dei calciatori è composto da giocatori non italiani. Squadre come Inter e Milan arrivano a schierare oltre 20 stranieri su una rosa di poco più di 25 elementi. In molti casi, gli italiani diventano comparse, riempitivi, raramente protagonisti.

Non si tratta di una questione nostalgica o nazionalista. È una questione strutturale. Se i giovani italiani non giocano, non crescono. Se non crescono, la Nazionale si svuota. E quando arriva il momento decisivo, semplicemente non c’è abbastanza qualità, esperienza e personalità per competere a livello internazionale.

Il paradosso è evidente: un campionato ricco e competitivo che però non alimenta più la propria Nazionale.

L’Italia oggi paga anni di scelte sbagliate. Ha preferito scorciatoie invece di investimenti, quantità invece di qualità, mercato invece di formazione.

L’esclusione dai Mondiali non è un’ingiustizia. È una conseguenza.

Continuare a ignorare il problema significherà assistere ad altre esclusioni, altri fallimenti, altre occasioni mancate. Perché senza italiani in campo, prima o poi, non ci sarà più nemmeno un’Italia competitiva fuori dal campo.

E allora la domanda non è più “come siamo usciti?”, ma “chi siamo diventati?”

Le colpe del sistema

L’Italia del calcio crolla e gravano come macigni le colpe di un sistema vecchio, logoro, incapace di stare al passo con altre realtà europee.

Non basta più nascondersi dietro le parole, né dietro l’alibi della “ricostruzione”: qui c’è un responsabile, e ha un nome preciso, complice di un fallimento totale. Perché nello sport, come in qualsiasi azienda seria, esiste una regola semplice: chi fallisce, paga. Chi non raggiunge gli obiettivi, lascia.

Non è cattiveria, è meritocrazia. È rispetto per il lavoro, per i tifosi, per tutto il sistema. E invece qui si continua a galleggiare. Si parla, si giustifica, si rimanda.

Intanto il calcio italiano affonda tra scelte sbagliate, programmazione inesistente e una visione ferma a dieci anni fa. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: non è più una crisi, è un crollo strutturale.

Allora basta ipocrisie. Basta difendere l’indifendibile. Serve un segnale forte, immediato: le dimissioni. Non domani, non dopo l’ennesimo fallimento. Adesso.

Perché restare aggrappati alla poltrona mentre tutto crolla non è leadership, è ostinazione. E in qualsiasi contesto serio, chi porta un sistema al punto di rottura fa un passo indietro.

Il calcio italiano non ha bisogno di parole. Ha bisogno di responsabilità. E la responsabilità, oggi, passa da una sola scelta : un cambio totale e radicale.

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