
L’EDITORIALE DEL DIRETTORE
La sconfitta con il Sassuolo riapre il processo a Spalletti. C’è chi rivuole Conte e persino chi rimpiange Allegri. Ma cambiare ancora allenatore servirebbe davvero? Il problema bianconero sembra ormai molto più profondo
Spalletti in o Spalletti out? È la domanda più semplice. Forse anche quella sbagliata.
Perché dopo il 3-2 incassato contro il Sassuolo il processo all’allenatore è inevitabile, ma fermarsi alla panchina significherebbe ancora una volta guardare il dito invece della luna.
La vera domanda che la Juventus dovrebbe porsi è un’altra: che cosa è diventata la Juventus?
Perché oggi, diciamolo senza girarci troppo intorno, questa Juve non esiste più. O almeno non esiste più quella squadra che per decenni abbiamo riconosciuto anche nelle stagioni peggiori.
Poteva essere bella o brutta, tecnica o operaia, spettacolare o tremendamente pragmatica. Ma aveva un’identità. Sapeva chi era. Questa no.
A Reggio Emilia si è visto qualcosa che va oltre una sconfitta. Si può perdere contro il Sassuolo, naturalmente. Nel calcio succede. Ma una squadra che sul 2-2, dopo aver recuperato due volte la partita, al 94′ si fa trovare completamente sbilanciata e concede il contropiede del 3-2 è qualcosa di difficilmente compatibile con la storia calcistica di questo club.
Lo stesso Spalletti ha riconosciuto di aver spinto la squadra a cercare la vittoria e di aver perso gli equilibri.
Ed è proprio qui che cominciano le responsabilità dell’allenatore
Luciano Spalletti è un tecnico preparato, probabilmente molto più preparato di quanto gli venga riconosciuto nei momenti di difficoltà. Ha vinto, ha esperienza, conosce il calcio e non è certamente diventato incapace nel giro di qualche mese.
Ma a Torino continua a sembrare un corpo estraneo.
Spalletti divide. Lo ha sempre fatto. Divide per il suo calcio, per il carattere, per la comunicazione, per quella necessità quasi permanente di spiegare ciò che accade in campo e troppo spesso di cercare alibi.
E la Juventus, soprattutto quando perde, storicamente ha avuto bisogno di pochissime spiegazioni e di moltissime certezze.
Oggi quelle certezze non ci sono
E allora sui social ricompare Antonio Conte. Inevitabile.
Conte rappresenta nell’immaginario juventino esattamente ciò che questa squadra sembra aver perduto: ferocia, appartenenza, ossessione per la vittoria, capacità di trasformare ogni partita in una questione personale.
Poi accade persino qualcosa che fino a qualche tempo fa sarebbe sembrato impossibile: qualcuno comincia a rimpiangere Massimiliano Allegri.
Sì, proprio Allegri.
Contestato, discusso, accusato per anni di proporre un calcio vecchio, difensivo, poco spettacolare. Un allenatore che aveva spaccato la tifoseria come pochi altri.
Oggi qualcuno guarda questa squadra e pensa almeno una cosa: magari giocava male, ma sapeva cosa fare.
Ed è un paradosso che dovrebbe far riflettere.
Quando cominci a rimpiangere ciò che avevi cacciato perché non ti soddisfaceva più, significa che nel frattempo non hai costruito qualcosa di migliore.
Ma attenzione: cacciare Spalletti domani mattina potrebbe essere semplicemente l’ennesima scorciatoia. Negli ultimi anni a Torino sono cambiati allenatori, dirigenti, giocatori, strategie, filosofie e progetti. Ogni volta si è pensato che bastasse sostituire un pezzo per rimettere in moto la macchina.
E ogni volta, dopo qualche mese, siamo tornati più o meno allo stesso punto.
Per questo Spalletti deve essere giudicato, criticato e messo sotto pressione. Fa parte del mestiere e soprattutto fa parte dell’essere allenatore della Juventus.
Non può diventare l’alibi di nessuno e non può chiedere tempo all’infinito. La Juventus non è una scuola calcio nella quale aspettare serenamente che il progetto maturi.
Ma sarebbe troppo comodo attribuirgli tutta la responsabilità.
Il problema viene da lontano. È una crisi d’identità prima ancora che tecnica. È la perdita di quella cultura societaria che trasformava la pressione in normalità e il secondo posto quasi in una sconfitta.
Una volta alla Juventus si discuteva come vincere. Oggi si discute di quando tornerà a vincere. La differenza sembra sottile. In realtà è enorme. Spalletti in o Spalletti out, dunque? Per adesso in.
Ma non per fede, né per pazienza infinita. Semplicemente perché cambiare ancora un allenatore senza capire quale squadra si voglia costruire rischierebbe di essere l’ennesimo giro sulla stessa giostra.
Spalletti però deve fare presto. Deve restituire alla squadra equilibrio, personalità e soprattutto riconoscibilità. Perché gli alibi stanno finendo e il nome sulla panchina della Juventus pesa più di quello scritto sulla carta d’identità dell’allenatore.
Conte può essere un rimpianto, Allegri perfino un paradossale rimpianto.
Ma la nostalgia non può essere un progetto, la Juventus deve tornare a cercare soprattutto una cosa: se stessa. Perché prima ancora di decidere chi debba allenarla, qualcuno deve finalmente ricordarsi che cosa significa essere la Juventus perchè come diceva Boniperti: “Vincere non è importante, è l’unica cosa che conta”.
Foto: https://depositphotos.com/it
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