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Cairo e il Toro: 20 anni di promesse, i numeri impietosi della sua presidenza

31 derby giocati, 24 persi

Dal 2005, anno dell’acquisizione del Torino FC da parte di Urbano Cairo, il club granata ha vissuto una gestione lunga ma contraddistinta da ambizioni disattese, instabilità tecnica e un rapporto sempre più teso con la propria tifoseria.

Un ciclo mediocre: piazzamenti e numeri impietosi

In quasi vent’anni di presidenza, il Torino ha navigato prevalentemente nella mediocrità: il miglior piazzamento in Serie A resta il 7° posto, raggiunto nel 2013-14 con Ventura e nel 2018-19 con Mazzarri. In entrambi i casi, l’accesso all’Europa League è arrivato per circostanze esterne (squalifiche di altri club), non per meriti pienamente sportivi.

La media dei piazzamenti sotto Cairo è il 12° posto. Il Torino ha subito una retrocessione (2008-09) e ha militato quattro stagioni in Serie B prima di risalire nel 2011-12. A questi dati si somma un’anomalia ancora più dolorosa: nei derby della Mole contro la Juventus, il Torino ha vinto una sola volta in 31 partite con Cairo alla guida, perdendone 24. Un bilancio che alimenta il senso d’impotenza dei tifosi granata in una città sempre più bianconera.

Vanoli, un addio annunciato: troppa personalità per restare

L’ultimo caso emblematico di questa gestione riguarda Paolo Vanoli. L’allenatore, in procinto di essere sollevato dall’incarico paga non tanto la scarsa fiducia quanto il fatto di aver mostrato carattere. Fonti vicine all’ambiente torinese riferiscono che Vanoli avrebbe osato chiedere rinforzi già a gennaio e di partecipare attivamente alla progettualità sportiva. Richieste legittime, ma che al Torino, ormai sembra chiaro, mal si conciliano con una linea dirigenziale dove vengono premiati allenatori più inclini ad accettare decisioni calate dall’alto.

Il rimpianto per Vanoli è già tangibile tra i tifosi, che vedono in lui un tecnico preparato, determinato e inadatto solo in quanto “non allineato”. Nel Torino di Cairo, infatti, sembrano trovare spazio solo i “yes men”, figure funzionali a una visione che non contempla crescita sportiva reale, ma piuttosto la conservazione di uno status quo redditizio.

Il business prima del progetto

Più volte si è parlato di offerte di acquisto per il Torino. Un fondo americano avrebbe presentato una proposta da circa 200 milioni di euro nel 2023, e si è parlato anche di interessi provenienti dal mondo arabo a fine 2024. Tuttavia, nessuna trattativa è mai decollata. Cairo ha sempre smentito ufficialmente l’intenzione di vendere, ribadendo il proprio legame con il club. Ma secondo molti osservatori, la realtà potrebbe essere un’altra: il Torino è oggi per il presidente una macchina economica efficiente. I conti (dice lui) sono in ordine, il club è una risorsa più che una passione. E, come ogni asset redditizio, non viene ceduto se continua a generare profitto.

C’è chi, tra i tifosi, sussurra anche una teoria più sottile: che al Torino non sia concesso diventare realmente competitivo per non urtare equilibri e relazioni con altre realtà sportive ed economiche del territorio. È una percezione, questa, che cresce di anno in anno e che, pur senza prove dirette, contribuisce a spiegare l’amarezza con cui tanti guardano a una squadra condannata all’anonimato e privata di reale ambizione.

Una tifoseria stanca e tradita

L’epicentro emotivo di questa frattura si è visto nella marcia dei 25.000 a Torino, durante la commemorazione di Superga. Una manifestazione civile ma fortissima nel significato: una tifoseria che chiede rispetto, identità, futuro. E che invece si ritrova in una realtà svuotata di orgoglio, spogliata della fierezza che da sempre ha distinto il popolo granata.

Un club ostaggio dell’immobilismo

La sensazione diffusa è che il Torino FC sia oggi più un’azienda che un progetto sportivo. Urbano Cairo, per tanti versi imprenditore di successo, sembra aver applicato al calcio logiche troppo distanti dal cuore e dall’anima di una piazza come Torino. I risultati sono evidenti: pochi successi, molti rimpianti, e una distanza sempre più incolmabile tra società e tifosi. L’auspicio dei sostenitori granata? Che il Torino torni a essere una squadra viva, coraggiosa, degna della propria storia. Per farlo, però, servirà il cambiamento che da anni viene chiesto. E che ancora non arriva.

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