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Auguri Toro, a modo nostro

118 anni fa nasceva una società destinata a diventare Leggenda, anche nel cuore di ognuno di noi

Auguri Toro, a modo nostro.

Nel 2010 un giovanissimo tifoso granata scriveva su un blog online: “ Il Toro non è una squadra sportiva, è un ideale, un modo di vivere. E’ cultura, è una corrente di pensiero che ti permette di esistere, non di sopravvivere”. Un concetto tanto romantico quanto gelosamente elitario, che racchiude in breve l’essenza della dimensione di ogni tifoso innamorato del Toro: un misto di orgogliosa libertà e di celato sconforto che solo in pochi, al di là della nostra realtà, possono comprendere.

Il Toro siamo noi

“E nessuno si senta offeso…“, recitava uno dei capolavori di De Gregori, sebbene con una leggera modifica del testo. Alle 15:22 di qualche settimana fa, uno striscione tenuto stretto dagli Ultras recitava proprio quel “Il Toro siamo noi” che avrebbe dato inizio ad un corteo di 15.000 anime. Chiamarla Rivoluzione? Termine tanto arduo quanto azzardato, ma se Julian Assange descriveva la Rivoluzione quale lotta tra passato e futuro, mi piacerebbe pensare che il futuro sia appena iniziato. Chiamatelo istinto di sopravvivenza, per me nulla di più romantico.

La Storia

Che possa esser motivo di vanto, poco importa. Se la Storia però racconta che il Torino sia solo la naturale prosecuzione della Fc Torinese, attiva sin dal 1894, allora potremmo tranquillamente sostenere che anche il calcio torinese sia nato con il nostro DNA, e pazienza se la prima maglia era a righe verticali nere ed arancioni.  Quel 16 dicembre 1906, contro la Pro Vercelli, il color granata in onore della Brigata Savoia era destinata ad entrare di diritto nella Storia, quella Storia dal sapore agrodolce, giustappunto, dell’orgogliosa libertà e del celato sconforto.

“Il Filadelfia. Uno stadio dove il Torino non aveva mai perduto per quasi sei anni, dove in cinque campionati le squadre ospiti erano riuscite a portare via appena otto punti. Un vecchio stadio da trentamila posti, gradinate e tribune a un metro dal terreno. Quando i granata battevano la fiacca, succedeva anche a loro, c’era un trombettiere che suonava la carica e capitan Valentino si rimboccava le maniche. Allora il Toro si scatenava, sembrava che in campo ci fosse un’invasione di maglie granata e i gol fioccavano“.

Le parole di Giorgio Tosatti racchiudono, in breve, l’essenza del Grande Torino. In un paese dilaniato dalla guerra, in un momento di evidente crisi di identità, il granata rappresentava quel “rimboccarsi le maniche” del Capitan Valentino Mazzola, l’orgoglio dell’italianità e la fierezza delle proprie origini. Era un calcio che faceva della forza morale un tutt’uno con la sua gente. Era la perfetta alchimia tra cultura, sacrificio e perseveranza. Il Filadelfia era il Tempio del Calcio, era la gente che spingeva la palla in rete.

Poi l’atroce destino, tramutatosi in tragedia, ha dato alla Storia una decisa pennellata di Leggenda.

La farfalla granata

“Era un ragazzo grandicello, un po’ strano, aveva tantissimi capelli neri, la barba nera appena accennata, i baffi neri, vestiva strano; sembrava avesse la testa fra le nuvole, volava come una farfalla, una farfalla granata: si chiamava …….. GIGI MERONI“.

L’artista, l’estro, il lottatore. La Storia del Toro passa anche da qui, dai sui dribbling disegnati olio su tela, dalla sregolatezza. Alla pazzia è affine il grande genio e solo una parete li divide. Innamorarsi di Meroni era puro istinto naturale, non solo come calciatore ma come artista, per l’appunto. Appassionato di Beatles e di musica jazz, viveva in una mansarda di Piazza Vittorio, tra quadri da lui dipinti e poesie scritte nei momenti di folle ispirazione. Era il periodo del Romanticismo granata, perfettamente radicato con i tempi della sua città. Lo vedevi a Como passeggiare con una gallina al guinzaglio, in abiti disegnati da lui. Lo si vedeva fingersi giornalista ed intervistare i tifosi chiedendo loro cosa ne pensassero di Gigi Meroni. E la Leggenda, poi, ha riaperto le braccia, pronta ad accoglierlo nelle sue grazie.

La memoria storica

Quel che insegna il Museo del Grande Torino, ubicato a Grugliasco (ancora oggi, a fine 2024), è che la vera tragedia non consiste nel morire, ma nel dimenticare. Dopo oltre 19 anni di speranze, di delusioni, di promesse, di inni alla gloria, di paragoni azzardati, la paura che ” la cultura, la corrente di pensiero che ti permette di esistere, non di sopravvivere” si disperda nel tempo come cenere di una epoca ormai estinta sia molto alta.

Oggi ci si accontenta, nonostante si sappia bene che nel momento in cui ti accontenti di meno di quanto meriti, ottieni ancora meno di quello per cui ti sei accontentato. Siamo davvero questi, noi?

Facciamo un regalo al nostro Toro, al Toro della sua gente: preserviamo la nostra memoria storica. E’ l’unica, vera cellula granata che questi anni ci han permesso di far sopravvivere.

Auguri, Toro. A modo nostro.

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