Potrebbe sembrare un inizio di un film di Star Wars. Invece no: è quello che è successo nello spazio, fino alla notte dell’11 aprile 2026.
Dopo più di cinquant’anni, la Luna torna a essere sfiorata dall’uomo. Il passaggio di Artemis II ha proseguito il suo viaggio di dieci giorni nello spazio, guardando dall’alto la nostra amata e sempre più fragile Terra.
Ricordiamo cos’è la missione Artemis II: partita il 1° aprile 2026 con a bordo quattro astronauti ultra-qualificati, l’obiettivo non è l’allunaggio, ma testare il razzo, la navicella e i sistemi di supporto vitale in condizioni reali con equipaggio umano a bordo, aiutando così la capsula Orion a una progettazione più chiara e concreta per la sua sopravvivenza nello spazio.
Dal 1972, dopo l’equipaggio di Apollo 17, nessuna presenza umana si era avvicinata così tanto alla Luna. Passando “dietro” il disco d’argento, i segnali si sono interrotti per circa quaranta minuti: il silenzio totale è avvenuto intorno alla mezzanotte italiana. Allontanandosi fino a un punto così lontano dal nostro pianeta, Artemis II è arrivata a oltre 400.171 chilometri dalla Terra, stabilendo un record rispetto all’Apollo 13, con circa 6.600 chilometri in più.
Il sorvolo lunare è durato circa sette ore. Le immagini pubblicate dalla NASA sono già diventate virali e sono da togliere il fiato.
Per l’amministratore associato della NASA, Amit Kshatriya, “Artemis II ha dimostrato che il veicolo, i team, l’architettura e la collaborazione internazionale sono in grado di riportare l’umanità sulla superficie lunare”.
La NASA scrive un nuovo capitolo anche a livello etico?
Artemis II non è solo una sfida tecnologica. È anche un segnale culturale e simbolico. A bordo ci sono Christina Koch, Victor Glover, Reid Wiseman e Jeremy Hansen: per la prima volta, una missione lunare include una donna, una persona afroamericana e un astronauta non statunitense.
Perché è così importante sottolineare questi dettagli?
Perché gli equipaggi delle missioni Apollo erano composti solo da uomini bianchi statunitensi. Quando tre anni fa i quattro nomi furono annunciati, l’amministratore delegato della NASA disse che il personale di bordo rappresentava migliaia di persone che negli anni hanno lottato per rendere possibile questo momento.
Un cambiamento che segna una rottura netta con il passato, quando gli equipaggi delle missioni Apollo erano composti esclusivamente da uomini bianchi americani. Come ha sottolineato la NASA, questo equipaggio rappresenta “migliaia di persone che, negli anni, hanno contribuito a rendere possibile questo momento”.
Ora la navicella è in viaggio verso la Terra. Christina Koch ha dichiarato: “Qualunque cosa accada, sceglieremo sempre di tornare a casa”.
Quale sarà il passo successivo?
Nel 2027 Artemis III avrà come missione la sperimentazione dell’orbita terrestre, prevedendo nel tempo la costruzione di una base lunare permanente entro il 2032. Su X, Adolfo Urso scrive: “La futura ‘casa’ degli astronauti sulla Luna sarà Made in Italy, realizzata con tecnologie e da imprese italiane che saranno chiamate a sviluppare i moduli abitativi che garantiranno una presenza sicura e prolungata sulla superficie lunare”.
Se il futuro ci porterà di nuovo sulla Luna, resta una domanda semplice da farci: prenderci cura della Luna, sì, ma senza dimenticare la nostra casa e il nostro pianeta principale, che possiamo ancora chiamare casa: la Terra. Per non riprodurre sempre gli stessi errori.
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