
Questo Mondiale 2026, almeno nelle prime partite, ha già smontato una certezza: le grandi non fanno più paura. O meglio, fanno ancora nome, storia e fatturato. Ma sul campo, dove il blasone non pressa, non corre e non segna, la musica è cambiata.
Il Brasile si è fermato sull’1-1 contro il Marocco. La Spagna non è andata oltre lo 0-0 contro Capo Verde. L’Uruguay ha pareggiato 1-1 con l’Arabia Saudita. L’Olanda ha sbattuto contro il Giappone, chiudendo sul 2-2. Il Belgio è stato bloccato dall’Egitto. La Turchia, altra nazionale piena di talento e aspettative, ha perso 2-0 contro l’Australia. E come se non bastasse, Iran e Nuova Zelanda hanno chiuso sul 2-2, confermando un copione che si ripete partita dopo partita.
Il calcio dei “poveri” ha tolto il telecomando dalle mani dei ricchi?
C’è stata anche la Germania, certo, che ha travolto Curaçao 7-1. Ma attenzione a liquidare tutto come folklore: Curaçao non era lì per una gita premio. È arrivata al Mondiale perché se l’è guadagnato, perché il calcio si è allargato, perché oggi anche nazionali considerate periferiche hanno organizzazione, giocatori internazionali, identità e coraggio.
Il punto è proprio questo: non esistono più le comparse. Esistono squadre meno celebrate, meno raccontate, meno sponsorizzate. Ma spesso più affamate, più ordinate e meno prigioniere della propria presunzione.
E qui arriva la domanda più scomoda, quella che in Italia si evita come un difensore evita un’intervista dopo un autogol: ma noi, oggi, siamo davvero più scarsi di Marocco, Giappone, Egitto, Australia, Arabia Saudita o perfino Capo Verde?
La risposta non è così scontata, anzi, fa male proprio perché non è scontata
L’Italia guarda questo Mondiale dal divano per la terza volta consecutiva. Non una scivolata. Non un incidente. Una voragine. Nel frattempo gli altri crescono, studiano, investono, valorizzano i giovani, costruiscono identità tecniche riconoscibili. Noi invece continuiamo a parlare di “ripartenza”, parola comodissima quando non si sa mai da dove ripartire davvero.
Il Marocco pareggia col Brasile. Il Giappone tiene testa all’Olanda. L’Egitto mette in crisi il Belgio. Capo Verde blocca la Spagna. L’Australia batte la Turchia. L’Iran strappa un pareggio alla Nuova Zelanda. E l’Italia? L’Italia non c’è. E quando non ci sei, il problema non è più giudicare gli altri dall’alto. Il problema è capire da quanto tempo sei sceso in basso senza accorgertene.
Per anni ci siamo consolati con la frase: “Noi siamo l’Italia”. Bellissima. Peccato che ormai non basti più nemmeno per superare un playoff.
Questo Mondiale non è soltanto il torneo delle grandi che partono male. È il processo pubblico a un calcio europeo che credeva di avere ancora il monopolio della superiorità. Ed è anche uno specchio crudele per il nostro movimento: se perfino le nazionali considerate minori riescono a presentarsi con dignità, intensità e idee, allora l’assenza italiana diventa ancora più pesante.
Non siamo fuori perché il destino è stato cattivo, siamo a casa perché abbiamo smesso di produrre futuro
Il calcio mondiale corre. Le “piccole” non chiedono più permesso. Le grandi inciampano. E l’Italia resta lì, fuori dalla porta, a spiegare quanto fosse bella casa sua trent’anni fa. Forse il problema non è che il calcio mondiale si sia abbassato. Forse è l’Italia che continua a raccontarsi di essere rimasta in alto mentre gli altri l’hanno già superata da tempo.
E questa, più dei risultati di Brasile, Spagna o Uruguay, è probabilmente la notizia più dolorosa di tutto il Mondiale perchè chi vive di ricordi resta a casa e l’Italia, purtroppo, appartiene a quest’ultima categoria.
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