
Chi ha detto che “l’attesa del piacere è essa stessa piacere…” non s’è messo nei panni dei tifosi del Napoli, che ormai attendono la firma di Massimiliano Allegri con un’aspettativa quasi più appagante rispetto all’effettivo gradimento nei riguardi del professionista. In tal senso, l’aforisma del filosofo illuminista tedesco Gotthold Ephraim Lessing riassume lo stato d’animo dei napoletani.
E pensare che per loro già i giorni immediatamente successivi all’ultima giornata di campionato, con i postumi della conferenza stampa congiunta Conte–De Laurentiis, improvvisata al termine del match contro l’Udinese, che di fatto annunciava il divorzio dal tecnico salentino, erano stati davvero difficili da digerire. Si era appena chiuso un biennio decisamente vincente, arricchito da uno Scudetto e una Supercoppa Italiana. Nondimeno, il gioco espresso dalla squadra aveva spesso fatto storcere il naso agli ayatollah dell’estetica, che ne criticavano la lentezza, strenui oppositori di un calcio considerato arcaico. Legato cioè all’idea di comprimere gli spazi, abbassando ritmo e baricentro, piuttosto che difendere, aggredendo in avanti.
Un modo di intrepretare il piano-gara noioso, con la manovra ridotta a lunghe circolazioni perimetrali, concettualmente avulso dalle contaminazioni maturate nel panorama internazionale, in cui la tendenza principale sembra essere quella di dominare la partita tramite intensità e possesso.
No alla rivoluzione copernicana
In questo scenario, ADL ha fatto una mossa decisamente conservativa, riciclando un nome pescato all’interno del circolo dei “soliti noti”. Sarà quindi il Conte Max, uno con alle spalle anni di Serie A, accomodato sulle panchine di due club storicamente assuefatti alla parte alta della classifica (Juventus e Milan), a raccogliere l’eredità di Conte. Una scelta a suo modo scontata, perché porta in dote una bacheca di vittorie sicuramente corposa.
Eppure, anche spiazzante, specialmente per chi aveva avallato la voce di un possibile arrivo di Vincenzo Italiano. In attesa che gli venisse finalmente concessa una opportunità di consacrarsi definitivamente ad altissimi livelli, nonché perfetto per portare avanti un affascinante progetto a medio/lungo termine, abbastanza profondo da somigliare a una vera rivoluzione copernicana. Alla fine, la società ha virato sull’usato garantito, preferendo ragionare non in termini di rinnovamento, bensì di stabilità nel breve periodo. Registrando al contempo il moderato entusiasmo con cui è stato accolto il nuovo allenatore dall’ambiente partenopeo.
Passività da evitare
Sotto questo aspetto Allegri offre un contesto (più o meno…) rassicurante, se il parametro è solamente quello di navigare a vista nel mare magnum della zona Champions. Nelle ultime quattro stagioni, infatti, l’andamento di Juve e Milan appare assomigliarsi: 70, 72, 71 e 70 punti conquistati. Ruolino di marcia, però, non sempre sufficiente a strappare poi il pass per la Coppa dalle Grandi Orecchie. Con questo curriculum cosa devono aspettarsi i tifosi azzurri?
Certamente una attenzione maniacale rivolta soprattutto alla fase di non possesso, con uno stile intransigente in merito alla rigidità del blocco basso. Se volessimo prendere a esempio il Milan di quest’anno, potremmo notare un dato che certifica la passività sottopalla dei rossoneri, che concedevano in media 15 passaggi all’avversario di turno, prima di andare in pressione. Lecito dunque aspettarsi un Napoli attendista, che fa scattare l’aggressione in circostanze specifiche, riuscendo ad essere efficace una volta invitato il dirimpettaio a muovere il pallone in fascia. Soltanto a quel punto scattava l’azione difensiva.
Insomma, questo è il calcio che attuta Allegri, al netto della flessibilità circa il sistema. Nel senso, che il tecnico livornese è capace di adattarsi al materiale che gli viene messo a disposizione. In realtà, sotto l’aspetto strategico, utilizza sia la difesa a tre, che la linea a quattro. Lecito allora aspettarsi soluzioni che permetterebbero al Napoli di dare continuità al gioco sviluppato dal suo predecessore.
Tra fine ciclo e gruppo da rivitalizzare
E’ presto per ipotizzare qualsiasi tipo di schieramento, ma incuriosisce sin da ora come eventualmente Allegri veicolerà la sua identità alla squadra. In base a quanto racconta la rosa attuale, nell’ipotesi di strutturarla sui princìpi del 3-4-2-1, bisogna trovare una precisa collocazione a profili tipo De Bruyne o Vergara: offensive player con una marcata attitudine alla rifinitura. Spendibili per le caratteristiche di verticalità a ridosso del centravanti. Forse inadatti a calarsi in contesti più tradizionali, dove la loro flessibilità tattica, da risorsa, si trasformerebbe in limite. Mentre il ragazzino cresciuto nel settore giovanile è riciclabile come sottopunta, occupando il centro-destra dell’attacco, perdono inevitabilmente quota le chance del belga. Al contrario della versione col 4-3-3, funzionale ad esaltare il gioco posizionale, privilegiando Alisson Santos e Neres (o Politano, se si volesse lasciare spazio a una proposta maggiormente equilibrata).
In definitiva, non è possibile stabilire adesso se Allegri avrà successo all’ombra del Vesuvio. Molto dipenderà pure da come si evolverà il mercato, in entrata e uscita. Nell’attesa che la direzione sportiva batta uno o più colpi, la speranza è che il nuovo allenatore sia in grado di portare un contributo, se non in termini di idee innovative, quantomeno sul piano del mero “risultatismo”. Così da mantenere il Napoli competitivo, distillando il massimo da un organico in cui in tanti magari sono giunti a fine ciclo, per motivi anagrafici o fiaccati emotivamente dal rapporto con Conte. Prolungando ancora un po’ la vitalità a ultratrentenni del calibro di Spinazzola, Di Lorenzo, Lobotka e Politano.
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