
Non è mai troppo tardi per ricordare l’importanza dell’Italia all’interno del “sistema-calcio”. Ma per credere pienamente in ciò che rappresenta, bisogna viverla, comprendere il grado di sensazioni positive che veicola in chi ne indossa la maglia. Cosa tutt’altro che semplice, perché l’azzurro non identifica solo “un’idea”. Tantomeno una utopia da due soldi. Al contrario, è un sentimento dannatamente pratico. Lo sa bene, per esempio, Franco Selvaggi, Campione del Mondo in Spagna. Il Mundial dell’82 rimane un evento cruciale nella scala Richter della gioia calcistica tricolore, capace di risvegliare l’istinto patriottico del popolo italiano. A sottolineare il carattere fortemente spartiacque di quella vittoria, che chiudeva idealmente gli “anni di piombo” e la stagione delle stragi.
“E’ cambiato completamente il modo di approcciarsi al calcio. Quindi, pure alla Nazionale. Che una volta era il massimo traguardo cui aspirava chi giocava da professionista. Era un grande onore essere tra i convocati. Bisogna considerare che in quegli anni in Serie A c’erano molti tra i migliori. La forza di quell’Italia, i risultati che ottenne, sono anche il frutto di questo livello competitivo altissimo del nostro campionato. Credo che non vada trascurato anche un altro particolare. Una volta la B era bellissima ed infernale. Una palestra bella tosta; forgiava il carattere, facendoti maturare come calciatore. Una sorta di A2, dove tanti tra i più forti dell’epoca avevano militato, prima di giocare in A con continuità“.
Spadino è soprannome non affatto legato alla misura ridotta del piede, come raccontano erroneamente le cronache.
“Cominciò a chiamarmi così il portiere di riserva del Cagliari; diceva che somigliavo al personaggio di Happy Days, il nipote di Fonzie. Non ho mai avuto il 38, come ha scritto qualcuno. Però avevo un buon piede, con il mio 40 calciavo bene col destro ed il sinistro. Per quanto riguarda l’altezza, poi, considerando che non vivevo solo per il gol, ma giocavo pure in funzione dei compagni, direi che ero una sorta di numero dieci. Anche dal punto di viste delle caratteristiche fisiche...”.
Nondimeno, incarna il prototipo dell’attaccante del tempo, quando gli idoli della Serie A erano ancora lontani dall’utilizzare regolarmente i social, trasformandosi spesso in icone di una comunicazione banale e pressapochista. All’epoca, per catturare l’attenzione dei tifosi (e del Commissario Tecnico…), dovevi dimostrare di essere all’altezza delle aspettative. Non bastava qualche apparizione entusiasmante in campionato, magari condita dal classico golletto del debuttante, per cambiare il proprio status: da prospetto di belle speranze in solida realtà. Bisognava confermarsi a medio termine, e solamente allora una società puntava ad occhi chiusi sulla giovane promessa. Una situazione che si rifletteva sia economicamente, in ambito contrattuale, nei club di appartenenza, che nelle scelte di Enzo Bearzot.
Cagliari crocevia azzurro
“Non era mica facile convincere il selezionatore. Innanzitutto, dovevi dimostrare di essere un profilo assai affidabile. Quindi, prima di essere preso in considerazione, era necessario essere continui sul piano del rendimento almeno due/tre stagioni consecutive. Non è un caso che l’Italia che vinse il Mondiale ’82 aveva un’età media intorno ai 27 anni: era un gruppo formato da giocatori che nel corso della loro carriera avevano già fatto vedere cose importanti“.

Al momento della convocazione Selvaggi era il centravanti del Cagliari, arrivato in Sardegna nell’estate del ’79 per espressa volontà di Gigi Riva, nella sua parentesi da dirigente, che aveva visto in lui il terminale offensivo ideale per i rossoblù, appena tornati nella massima categoria. Qualcosa di più di una semplice scommessa per “Rombo di Tuono”, che ha la vista aguzza e intravede in quel piccoletto una esplosività che lo rende difficile da marcare. Concentrato di energia racchiusa in un fisico nient’affatto da corazziere. A fine stagione, infatti, appaia Ciccio Graziani al quarto posto nella classifica cannonieri, alle spalle di Bettega, Altobelli e Paolo Rossi.
“Riva stravedeva per me; già in precedenza aveva provato a convincere il Taranto a cedermi. E sulla classifica dei cannonieri, pesarono un paio di rigori che sbagliai, uno contro la Juventus. Nonostante la società avesse poche risorse, quel Cagliari era una buona squadra. Non va dimenticato il contesto: una Serie A con 16 squadre, ed i due punti a vittoria. Perciò, era importante non perdere. Inoltre, si giocava con feroci marcature a uomo. Dunque, si preferiva sviluppare un calcio di sostanza; si attaccava in pochi uomini, diciamo tre o quattro al massimo. Difficilmente i compagni ti aiutavano, supportandoti in fase offensiva. Con Tiddia in panchina, l’anno in cui c’era in rosa anche Virdis (1980/81, n.d.a.), fu Gigi Piras, per esempio, a sacrificarsi moltissimo, facendo un grosso lavoro in funzione della squadra“.

Nelle due annate successive, sempre in coppia con Piras, Selvaggi timbra con regolarità il cartellino sotto porta, strappando il biglietto per il Mondiale iberico. Prima però assaggia l’azzurro con l’Under21, pur avendo passato da un pezzo l’età per essere elegibile. Il regolamento tuttavia consente ad Azeglio Vicini di schierare due fuoriquota. La partita contro il Lussemburgo è valida per la qualificazione all’Europeo di categoria. Ad osservare attentamente Selvaggi c’è proprio Bearzot. In venti minuti l’attaccante crea le condizioni per trasformare il suo potenziale offensivo in una giornata iperperformante, realizzando una doppietta. Prima con un diagonale da fuori area. Quindi inserendosi rapidamente per capitalizzare una dormita della difesa. Non contento, serve un assist illuminante a Gaetano Musella per il 3-0.
“Una prestazione davvero strepitosa, che in un certo senso mi consacrò, suscitando le attenzioni anche della stampa nazionale. Perchè a livello di Club Italia ero comunque già stato monitorato spesso. Bearzot, infatti, aveva molti osservatori federali, che lo avevano relazionato sulle mie caratteristiche“.
Non male per chi in precedenza aveva solamente assaggiato la A, con la Ternana. Senza godersela fino in fondo. L’esordio è datato 30 dicembre 1972, contro la Fiorentina. A quel punto, il sogno del ragazzino partito dalla Basilicata non sembra così irraggiungibile. Soprattutto se poi il primo gol lo rifili alla Juventus, qualche mese dopo. Il 29 aprile, al “Liberati”, è di scena la Vecchia Signora, che alla fine si laureerà Campione d’Italia. Selvaggi si costruisce l’opportunità per battere a rete tutto da solo: riceve il passaggio all’altezza della mezzaluna fuori l’area di rigore, controlla e fulmina Zoff con una sassata.
Ternana per “battezzare” Zoff
“Per me che provenivo dalla Basilicata, dove da ragazzino giocavo per strada, era un sogno. Già esordire in Serie A a 19 anni non si scorda mai. Poi segnare il primo gol contro la Juventus mi diede una grandissima iniezione di fiducia. Mi marcava Furino, e il fatto che lo misi in difficoltà fu una forte spinta per continuare a fare bene. Devo riconoscere che Viciani mi seppe dosare; fino a due anni prima facevo sì tanti gol, ma con la Primavera”.
Peccato che gli umbri non riescano ad assaporare appieno il debutto in A. Nonostante in panchina sieda Corrado Viciani, profeta del gioco corto, alla fine arriva la doccia fredda della retrocessione.
“Era un precursore del calcio moderno: possesso palla e pressing, come l’Olanda dell’epoca, oppure il tiki-taka tanto di moda adesso. Si correva moltissimo, pur mantenendo sempre una certa lucidità con la palla. La sua idea era che così facendo avremmo prodotto più degli avversari, che correvano molto meno di noi…”.

Forse a causa di un infortunio, Selvaggi, nel frattempo passato alla Roma (“Il mio motto è che nessuno ti regala niente. Per cui, nel calcio, quello che dai, ti viene restituito. Quindi, se uno ha delle qualità, prima o dopo verrà ricompensato. Detto questo, se devo confessare un unico cruccio nella mia carriera è l’infortunio alla Roma. Dove mi aveva voluto fortemente Scopigno…“) frena la sua esplosione. E deve scendere in Serie B, per ricostruirsi la fama di attaccante affidabile al Taranto. Il fatto è che in quegli anni la concorrenza là davanti era fortissima. Dunque le perplessità della critica vanno lette all’interno del momento storico. Senza trascurare un altro particolare: i difensori non facevano certamente complimenti.
A proposito di stopper asfissianti. Uno dei più forti cagnacci che per circa un ventennio ha attraversato l’italico pallone – Pietro Vierchowod -, disinnescando i migliori bomber tra gli anni ’80 e ’90, gli ha riservato uno specialissimo riconosciuto nella sua personalissima graduatoria di avversari da contenere: “Devo ammettere che chi mi faceva impazzire era Selvaggi. Alla fine mi faceva girare la testa, era imprendibile…”.
Italia tra dualismo ed epica
La continuità nelle prestazioni porta Selvaggi in Nazionale A. Gioca tre partite, tutte prima dei Mondiali. Non segna. Nondimeno, palesa lampi abbacinanti di puro istinto negli ultimi sedici metri, che gli consentono di rimanere nel gruppo. In questo scenario si inserisce la sua convocazione, che qualcuno anche a distanza di tanti anni, legge come un gesto di ostracismo nei confronti di Pruzzo. In verità, fu più una questione di coerenza a condizionare la decisione di Bearzot, convinto da parecchi punti in comune che Franco aveva con Paolo Rossi: evidente la similitudine nel modo di andare incontro al pallone e poi girarsi con un controllo orientato.
“Cominciamo col dire che Pruzzo era un attaccante micidiale in area di rigore, fortissimo di testa. Penso che per caratteristiche, se avessimo giocato assieme, ci saremmo integrati benissimo. Entrambi eravamo stati provati; avevamo avuto le nostre occasioni in azzurro. Ma alla fine Bearzot scelse me. Ero arrivato al Mondiale con tre partite da titolare alle spalle, tutte al fianco di Graziani. Poi rientrò Paolo Rossi. L’idea del c.t. era di avere per ogni ruolo, un doppione. Quell’Italia aveva un sistema di gioco collaudato, basato sulle rapide ripartenze. Perciò Bearzot mi confermò la fiducia e mi portò con sé”.
Prima di assaporare la grandezza, l’Italia fa indigestione di giudizi negativi: dopo i tre scialbi pareggi della fase a gironi, l’ambiente è vicino alla sollevazione popolare. La gogna pesa, talvolta opprime. Se non altro, contribuisce a cementare lo spirito di gruppo. Per evitare di avvelenare la vigilia di ogni partita, Bearzot e gli Azzurri indicono il silenzio stampa, come strumento funzionale a blindare la squadra. Che diventa granitica, solidificandosi ed esaltandosi nelle difficoltà. Senza alcuna distinzione tra titolarissimi e riserve.

“Ovviamente, tutti volevano giocare, ma avevamo un grandissimo rispetto per Bearzot, e le sue scelte. Non chiamerei riserve chi sedeva in panchina. Giocatori del calibro di Causio, una delle ali più forti della sua generazione. Dossena, un centrocampista fortissimo. Vierchowod, uno tosto, che entrava, difficile da superare. Quando facevamo le partitelle c’era una grandissima competizione, frutto di straordinario affiatamento tecnico ed emotivo…”.
Per fortuna le cose prenderanno una piega molto diversa da lì a pochi giorni, convertendo la crocifissione della Nazionale in giubilo collettivo. Selvaggi vive in tribuna il trionfo. Senza frustrazioni e con tanto orgoglio. Perché in quell’avventura meravigliosa pure gli attori non protagonisti lasciano un segno determinante. In effetti, si narra che Franco si immoli sull’altare dell’insonnia, accontentandosi di poche ore di riposo ristoratore a notte. Un’altra leggenda che va confutata.
“Non stavo in camera con Tardelli, ma avevamo stanze adiacenti. Però è vero che spesso rimanevamo alzati fino a tardi. Si univa anche Oriali e qualcun altro. Faceva caldissimo e non avevamo i condizionatori. Quindi, passavamo molto tempo assieme per fare due chiacchiere e smaltire la tensione”.
La vittoria del Mondiale sancisce la fine della storia di Selvaggi con l’Italia. Non termina invece l’abitudine di segnare. Un biennio al Torino con 15 gol, a fare da spalla all’austriaco Walter Schachner (“Mi ricordo il primo anno, il derby contro la Juve, da 0-2 a 3-2. Andammo subito sotto con i gol di Paolo Rossi e Platini e poi la rimontammo. La stagione successiva invece fummo per molto tempo in corsa per lo scudetto…”). Quindi l’Udinese, allenata da un altro “santone”, Luis Vinicio. Con uno Zico a mezzo servizio, che gioca solo 16 partite, afflitto da problemi muscolari ed un Andrea Carnevale in rampa di lancio (“Il momento cruciale della stagione forse fu la partita con la Lazio; vincevamo 5-0 e Zico a pochi minuti dalla fine andò a tirare una punizione dal limite. Là si fece male. E se ne andò a curarsi in Brasile. Lasciando spazio in avanti proprio ad Andrea, che dimostrò subito di avere la stoffa e le qualità da grande attaccante…”). Chiude da punta di scorta all’Inter, a coprire le spalle a Altobelli e Rummenigge.
Consumata la carriera di attaccante, a Franco non restano soltanto un mucchio di ricordi. Prima assume il ruolo di docente a Coverciano, presso il Settore Tecnico. Poi quello di capo delegazione della Nazionale Under 16. Smessi i panni “federali”, oggi ha un’avviatissima scuola calcio nella sua città di origine, Matera, dove ricerca e coltiva il talento.
“Segnatevi questi tre nomi: Karol D’Onofrio della Ternana, Matteo Di Pede dell’Empoli e Vincenzo Manicone della Fiorentina!“.
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