Il tracollo in Norvegia è un mix tra conferenza di Spalletti con le lacrime che gli strozzano la voce e la fuga dalla sala stampa.
Spalletti e l’addio alla Nazionale
Venerdi 6 giugno dopo il ko a Oslo, arricchito da 90′ indecorosi , si chiude l’avventura di Spalletti sulla panchina azzurra. A fine partita stampa e tifosi dicono basta, impossibile continuare con questa situazione.
Un Italia troppo brutta da vedere, senza gioco né cuore e mai in partita. E’sicuramente uno dei punti più bassi della storia della nazionale.
E’ stato un confronto impari. Da una parte una quadrata che sapeva perfettamente cosa fare, dall’altra, una formazione che non ha mai trovato un gioco e non è mai entrata in partita.
Ci sono dieci , cento episodi e spunti differenti nella partita che possono raccontare la debacle, ad iniziare dalla formazione e finire con una conduzione tecnica priva di idee.
Non è stata sicuramente solo colpa Di Spalletti. Il mister è stato lasciato solo per poi essere scaricato come unico colpevole. Non è stato aiutato e supportato tra colpe oggettive e soggettive.
Tante le variabili nefaste, a partire dai tanti infortuni, per passare ai casi scommesse che hanno messo a nudo tutte le difficoltà di un calcio italiano sempre più in crisi privo di una generazione nuova , senza fenomeni e con la paura di lanciare i giovani.
Ennesimo film thriller che si ripete in una delle pagine più tristi di una nazionale che rischia per la terza volta di fila il fallimento dell’obiettivo qualificazione ai Mondiali.
A fine partita non è servita l’analisi del tecnico, la sua voglia di crederci e continuare a lottare.
Non si può sbagliare più niente per sperare nei playoff. E’ giunto cosi il momento di cambiare e mettere un punto a un percorso fallimentare.
Spalletti visibilmente toccato , spinto nel burrone dal suo Presidente della federazione, ha accettato la separazione consensuale annunciando il suo addio dopo la partita contro la Moldavia.
L’era Spalletti e un amore mai nato
Il 18 agosto 2023 Spalletti, fresco campione d’Italia con il suo Napoli, veniva ufficializzato come selezionatore dell’Italia. Buoni propositi, tanto entusiasmo ma gioco che tardava ad arrivare.
L’esordio in panchina avviene il 9 settembre nella partita pareggiata 1-1 contro la Macedonia del Nord, valida per la qualificazioni al campionato d’Europa 2024. Un risultato che lasciò disappunti e perplessità sulla nazionale campione d’Europa per il gioco proposto.
Spalletti e Italia senza identità
La sua Italia però non assomiglia mai a nessuna delle squadre di club che aveva allenato prima e soprattutto a quel Napoli dei record che aveva dominato un intero campionato.
Spalletti le prova tutte, sia nelle convocazioni, (alla fine saranno 66 i giocatori coinvolti nel progetto), sia in quella ricerca di appartenenza e ai continui appelli all’unità di squadra.
Lucianone ci credeva al punto che prima degli Europei di Germania fece venire a Coverciano le leggende azzurre, da Rivera a Del Piero e Totti.
Testa e cuore per risvegliare l’orgoglio azzurro in una crescita di un gruppo sempre abbastanza freddo nei suoi confronti.
La kermesse europea finì per mettere a nudo tutte le fragilità di un Italia spenta.
I leader deludono, i continui cambi di modulo destabilizzano una squadra fragile e senz’anima, tantochè gli ottavi contro la Svizzera si rivelarono un incubo e un vero fallimento.
Al ritorno di un amaro europeo, stampa e addetti ai lavori rumoreggiarono chiedendo esonero o dimissioni. Luciano continuò imperterrito tra amore e convinzione il suo progetto con il supporto di Gravina.
06-06-2025 : con il naufragio di Oslo e il mondiale che sembra già una chimera si chiude l’avventura di Luciano Spalletti alla guida della Nazionale italiana.
Il rinnovamento che non esiste
Il presidente Gravina, abilissimo ad evitare ostacoli e dimissioni, nonostante un Mondiale perso per strada , un ultimo Europeo da museo degli errori , rimarrà ancora in sella nonostante l’ennesima figuraccia in terra norvegese.
Lui rimarrà impunito e non si dimetterà continuando ad aggrapparsi con le unghie alla poltrona un’altra volta.
Un movimento quello azzurro che sembra davvero agonizzante. Gli allenatori passano ma il rinnovamento non avviene ai vertici. Un pozzo oscuro senza fondo e senza luce.
Se il calcio italiano vuole davvero ripartire, dobbiamo farlo senza raccontarci più balle, consapevoli dei nostri attuali limiti di una gestione tecnica bollita e vecchia, delle società italiane che non hanno pazienza e non danno fiducia ai giovani, e da una mancanza di un progetto tecnico solido e moderno. Non ultimo dalle infrastrutture vecchie e obsolete.
Se invece, per consolarci, continueremo a raccontarci le favolette scarica barile dove un mondiale senza Italia non può esistere, nascondendo i problemi sotto lo zerbino, continueremo a schiantarci contro un muro ad ogni appuntamento importante.
Seguici su Facebook
Iscriviti sul canale Youtube



