
Il calcio talvolta sa essere crudele: ne sa qualcosa il Bari, che ha patito la più cocente tra le delusioni, retrocedendo dalla Serie B ai play-out, al culmine della doppia sfida contro il Südtirol. Se a Bolzano possono esultare, in virtù di due partite in cui Castori ha puntato principalmente sulla fase difensiva, controllando gli spazi e prestando maggiore attenzione alla struttura posizionale della retroguardia, ai “Galletti” resta il rammarico di aver prodotto veramente poco negli ultimi sedici metri. E pensare che Longo aveva in attacco uno dei principali candidati al titolo di miglior giovane del campionato: quell’Emanuele Rao che spesso quest’anno ha sfoggiato un talento dal sapore jazzistico, con i suoi dribbling creativi, associati all’intensità nel puntare il marcatore diretto.
Manna ci crede

Insomma, l’attenzione nei riguardi del giocatore cresce in maniera esponenziale. Anche a Napoli sono pienamente consapevoli che un’ala classica del genere non passa mai di moda. Infatti, scaduto il prestito secco, la società partenopea – proprietaria del cartellino, a seguito del fallimento della Spal – ha riscattato prontamente il classe 2006, che ha completato la sua crescita coi pugliesi, dove era stato appoggiato a inizio campionato dal diesse Manna, lesto a fargli sottoscrivere un contratto quinquennale la scorsa estate, immediatamente dopo la cancellazione degli estensi dal professionismo.
Quindi, Rao rientra nei piani della direzione sportiva. Chissà se nella ristrutturazione del pacchetto esterni da affidare a Max Allegri non venga scovato un ruolo da outsider pure per lui, considerando che ha comunque diversi pretendenti. All’ombra del Vesuvio, dunque, vogliono valutare se le sue qualità sono immediatamente spendibili. Oppure sia preferibile girarlo nuovamente in prestito, affinché possa tornare ad avere un’importanza cruciale nel gioco, travolgendo con movimenti astuti e conduzioni ipercinetiche chiunque gli si pari davanti.
Non giocare è kriptonite

Si può obiettare che magari Rao sembra sì un esterno autosufficiente, abile cioè ad isolarsi in situazione di uno vs uno e poi determinare superiorità numerica. Ma non è ancora quell’offensive player dall’indole fortemente associativa, necessaria per affermarsi al piano di sopra. Dove sei obbligato a calarti in una rete di appoggi maggiormente strutturata, che ti permette di muoverti seguendo l’istinto, ed al contempo, pretende un certo adattamento rispetto a chi ti gravita intorno. Fondamentalmente, almeno in Serie B, resta un giocatore insostituibile, perché passa con disarmante facilità negli spiragli aperti tra le maglie della difesa avversaria.
Tutt’altro discorso, ovviamente, la Serie A: uno scenario in cui i marcatori sono decisamente meno ingenui, sul piano fisico e mentale. Con una capacità nelle letture diversa, tale da prepararli ad affrontare giocatori straordinari. Perciò bisogna andare cauti con questo tipo di talenti. Se nel campionato cadetto Rao ha già dimostrato di essere una sorta di supereroe, salire di livello significa resistere alla kriptonite di difensori molto più performanti. Labile allora il confine tra la possibilità di lasciarlo esprimere liberamente, invece di integrarli in un sistema di gioco che ne regoli la fantasia, rischiando però che appassisca in panchina. Chiaramente, solo giocando con continuità, a prescindere dalla categoria, potrebbe affinare tutte le sue skill.
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