
L’atmosfera che ha accompagnato il Napoli a giocarsi una fetta consistente di qualificazione contro il Copenaghen non è stata certo delle migliori: le dichiarazioni di Stellini nel dopo gara col Sassuolo, sicuramente stimolato a esternare pubblicamente il pensiero di Conte sul tema rinforzi, aveva contribuito ad alimentare una narrazione non tanato distorta rispetto al momento nient’affatto facile che sta attraversato la squadra partenopea. Vero è che una lunga sequenza di infortuni muscolari ha afflitto finora l’organico, al punto da ridurre drasticamente le opzioni a disposizione dell’allenatore. In ogni caso, al netto di qualsiasi “attenuante generica”, gli azzurri erano obbligati a non sprecare l’occasione di conquistare la vittoria in Danimarca, specialmente per come si era incanalato il match.
In tal senso, il pareggino assicura ancora qualche barlume di speranza aritmetica per non perdere definitivamente il treno della Champions. Bisognerà attendere l’ultimo impegno con il Chelsea. Col rischio inevitabile di una prematura eliminazione dalla scena europea, nell’anno in cui la proprietà sembrava invece volesse alzare l’asticella delle aspettative sul piano internazionale. Ma serve accantonare immediatamente la delusione e orientare le prossime settimane all’insegna di una serenità mentale evidentemente latitante in questa fase della stagione.
Incapacità croniche e “compitini”
Insomma, il Napoli mantiene un certo controllo sul suo futuro, anche perché c’è un po’ di tempo per intervenire sul mercato, aumentando la profondità della rosa nei ruoli chiave. Sempre gli stessi, con la valigia sul letto, “quella di un lungo viaggio” (citando Julio Iglesias): Lang, completamente inadatto alle richieste del tecnico salentino, e Lucca, che si muove decisamente male per essere veramente utile nel calcio fluido sviluppato dai Campioni d’Italia. Magari il loro acquisto aveva suscitato eccessivi entusiasmi mediatici, ma adesso sono del tutto inefficaci se rapportati all’idea di avere una panchina lunga e competitiva, per esprimersi su più fronti con uguale intensità.
Ovviamente, è sin troppo semplicistico liquidare la prestazione in terra danese gettando la croce addosso a quelli che ormai appare palese siano ai margini del progetto di Conte. Al contrario, sarebbe lecito domandarsi cosa stia succedendo a Buongiorno, davvero la brutta copia del centrale feroce in marcatura, e puntuale negli anticipi, ammirato lo scorso campionato. Oggi non lesina ingenuità, e ogni suo intervento è caratterizzato da scarsa pulizia e pessimo timing. Forse il male oscuro di questo gruppo si annida nella mancanza di personalità?
A nutrire tale interrogativo, per esempio, il solito compitino svolto in fascia da Olivera. Le poche volte che arriva in corsa dalle retrovie, con il binario spalancato davanti a sé, piuttosto di mettere un cross decente, dando al pallone una traiettoria pericolosa con l’interno-collo piede, si limita a stoppare e riciclare il possesso. Manco non rientrasse tra le competenze del laterale a tuttafascia sovrapporsi e aggredire lo spazio profondo. Ripensandoci, il medesimo atteggiamento tenuto fin qui da Gutierrez, quando Conte gli ha concesso fiducia. A parziale scusante dell’ennesima performance anonima, ieri sera è stato piazzato nell’insolita posizione di quarto a destra. Col senno di poi, messo lì a fare numero e null’altro.
Unica nota non stonata
A proposito di carattere, unica nota positiva di Copenaghen: di fronte all’opportunità di ritagliarsi uno spazio significativo nelle rotazioni, Vergara è uscito dalla sua comfort zone, cercando di esprimersi sul palcoscenico europeo subito da protagonista. Il ragazzino cresciuto nel settore giovanile incarna perfettamente il profilo ricercato da Conte, per la capacità di interpretare più ruoli dal centrocampo in su. Dimostrando una discreta affidabilità, ha lasciato il segno sulla partita con piccole e grandi cose (ha sfiorato il vantaggio al 10’, al culmine di una insistita azione personale), alternandosi tra half space e trequarti, aggiungendo strappi e imprevedibilità a un reparto offensivo privato del talento di Neres. Peccato che pare avere nelle gambe solamente un’ora di gioco.
Buttarsi via con letture superficiali
In realtà, non è mica la prima volta che il Napoli subisce una radicale trasformazione tra un tempo e l’altro. A cosa sono imputabili allora tali metamorfosi kafkiane? Accantonando i classici riferimenti populisti, che sbandierano generiche mancanze di orgoglio e attributi, non c’è altra spiegazione: la base di partenza di qualsiasi critica costruttiva si voglia muovere a questo gruppo deve fare necessariamente riferimento all’approccio superficiale degli uomini di Conte. Plausibile, dunque, immaginare una piattezza tecnico-tattica, francamente inspiegabile.
In definitiva, ostinarsi a tenere in vita l’avversario di turno, senza chiudere gare sostanzialmente indirizzate, o comunque, tenute sotto controllo, impone una riflessione, in termini di mentalità e strategia. Perché se continui a palleggiare, spingi l’avversario verso il basso. Al contempo, ti appiattisci, in quanto lo costringi ad attestare il baricentro al limite dell’area di rigore, ammassando uomini sottopalla. Ma così gli spazi tra le linee sono de facto annullati. Devi soltanto riciclare il possesso, convertendolo in uno sterile giropalla perimetrale. Contro la densità altrui, non c’è imbucata risolutiva che tenga; men che meno risulta efficace ricorrere al tradizionale principio avanti/dietro/dentro.
Servirebbe altro: dinamismo, reattività, velocità di pensiero ed esecuzione. E allargare il campo in ampiezza, anziché infognarsi centralmente. Poi torni con la mente allo scomposto arrembaggio post pareggio del Copenaghen e ripensi ai tre attaccanti che saturano l’aria, e nessuno che metta in mezzo uno straccio di cross decente. Quindi, sale feroce e prepotente la bile, per una squadra potenzialmente fortissima, che si sta letteralmente buttando via a causa di letture superficiali e condotte errate.
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