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Il Napoli può costruire la rincorsa Champions su un gioco così piatto e monotono? Scopriamolo…

Bassa intensità e gestione del possesso sembrano inibire gli azzurri, incapaci di cambiare ritmo alle partite: le assenze pesano, ma ci sono anche difetti strutturali

E’ indubbio che nel Napoli attuale, a tratti monotono nei flussi di gioco, portati avanti più per inerzia che attraverso ritmi ipercinetici, la qualità di Alisson Santos nell’ultimo terzo di campo può fare certamente comodo. Il brasiliano dribbla con una naturalezza a tratti disarmante, talmente leggero nel risolvere a suo vantaggio le situazioni di uno vs uno da aver già scomodato nella stampa di casa accostamenti azzardati, tipo quello con Neymar. Forse perché l’ex Sporting Lisbona finora ha dimostrato di preferire gli isolamenti piuttosto del calcio associativo. In sostanza, non è campata in aria l’impressione che ci vogliano davvero due palloni: uno per lui, l’altro per i compagni!

Insomma, l’altra faccia della medaglia, da quando Conte ha deciso di concedere fiducia ad Alisson Santos, è che gli azzurri pagano un po’ dazio sulla catena sinistra. Specialmente in gare tipo quella contro il Verona, in cui Spinazzola si rivela di fatto abbastanza scolastico nelle scelte. Quindi, facilmente contenibile dalla difesa predisposta da Sammarco. Del resto, da quel lato il tecnico degli scaligeri aveva accoppiato Nelsson all’esterno offensivo, garantendosi adeguata copertura attraverso i continui scivolamenti sottopalla di Oyegoke. Com’era prevedibile, una intuizione che ha bloccato anche le sovrapposizioni interne oppure esterne dell’ex Roma, ieri tutt’altro che in giornata di grazia. Ennesimo accorgimento di un allenatore intenzionato a fare grande densità centrale, obbligando il Napoli a girare faticosamente il pallone in orizzontale. Senza alcuna possibilità di imbucare tra le linee o creare superiorità numerica in fascia.

Adattamenti tattici e flussi da bilanciare

Non si può in questo momento parlare degli aspetti negativi connessi alla prestazione del Bentegodi senza sottolineare per l’ennesima volta l’eccezionalità della congiuntura che sta attraversando la squadra partenopea. Sarà anche speculare rimarcarlo, ma l’infortunio di McTominay ha obbligato Conte a riciclare Elmas a centrocampo. Concedendo sì l’occasione di scoprire il talento a tratti devastante di Alisson Santos. Nondimeno, il contesto strategico in cui il macedone occupa il corridoio intermedio di sinistra, una ventina di metri più avanti rispetto alla mediana, pare renda il contesto generale maggiormente equilibrato.

Ovvio, c’è sempre una spiegazione del motivo per cui il tecnico salentino chiede al numero 20 di muoversi ovunque all’interno della stessa partita. Sicuramente meno estroso e incisivo nel puntare l’avversario, però talmente evoluto sul piano tattico, da offrire un ventaglio di soluzioni molto ampio nelle letture. Per esempio, le volte che in fase di non possesso stringe la posizione. Quello è lo scenario preferito da Conte: ridisegnare lo schieramento, affinché Elmas possa curare da vicino la principale fonte di produzione del gioco altrui.

Inoltre, nella gestione dei flussi bilancia gli inserimenti di Vergara, assicurando la giusta stabilità nella struttura di squadra. A quel punto diventano inevitabili le serpentine del ragazzino cresciuto nel settore giovanile, che superata la metà campo sembra veramente immarcabile, quando strappa in conduzione, dopo il classico controllo orientato. Funzionale a scrollarsi elegantemente di dosso il marcatore diretto, facendogli perdere la cognizione spazio-temporale.

Assenze importanti e ritorni fondamentali

Allora, nel Napoli che in virtù dei tre punti strappati al Verona consolida il terzo posto in classifica, è impossibile sdoganare l’aspetto mentale da quello fisico o tecnico. Troppo facile prendersela con Conte, metterlo sul banco degli imputati per gli infortuni che ne hanno falcidiato l’organico. Ma oggi bisogna ragionare senza pregiudizi ideologici. Legittimo, dunque, per i tifosi aspirare ad un allenatore con un’indole decisamente più giochista?

Magari sì, ma in troppi all’ombra del Vesuvio trascurano un piccolo particolare: i limiti del club sono compensati proprio da un coach di livello assoluto, che spesso e volentieri, attraverso intuizioni e adattamenti, fa la differenza in positivo. Chissà in quanti avrebbero avuto la capacità di reinventare il sistema dopo aver perso Anguissa, uno dei profili più dominanti fino al suo infortunio. Al contempo, quanto ha pesato l’assenza prolungata di Neres, che era diventato l’ago della bilancia offensiva, con la sua freschezza nelle transizioni lunghe, per supportare Hojlund. Determinante, nel frattempo, per ripulire i palloni sporchi e dettare le azioni d’attacco.

E ancora, su quanto sia utile Lukaku nei meccanismi di gioco collettivo, anche se non al 100% della condizione, l’ha dimostrato il finale del match col Verona. Se il pallone pesa dieci volte tanto, serve poi avere in campo chi ha la personalità adatto per sostenerlo. Questi sono esattamente gli aspetti intangibili che fanno la differenza nelle difficoltà!

In definitiva, dalla trasferta in terra veneta il Napoli torna con una preziosa lezione. Le partite vanno affrontate con la giusta intensità, in primis, emotiva. Ergo, evitando cali di concentrazione che ti fanno uscire temporaneamente dal match. Anziché essere una buona notizia, si converte in cattiva quando viene meno l’intensità fisica; quella che fa viaggiare veloce la palla, aumentando in modo vorticoso i giri del motore, cioè con gamba tonica. Un dato che pregiudica inesorabilmente anche l’intensità “tattica”, sotto forma di manca pressione e aggressività nei duelli individuali o nelle scalate di reparto.

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