
Se quest’anno la quota Champions è stata di 71 punti, Max Allegri ha fatto peggio, mancando la qualificazione alla Coppa dalle Grandi Orecchie per un misero punticino. In effetti, con 70 punti, il suo Milan ha fallito l’obiettivo minimo stagionale, perdendo in casa all’ultima giornata contro un Cagliari già salvo. La clamorosa debacle, che nessuno, alla vigilia del match, poteva neanche lontanamente vaticinare, sembrava potesse aver minato la credibilità del tecnico toscano agli occhi del grande calcio. E invece, con il solito coup de théâtre che lo contraddistingue, Aurelio De Laurentiis ha scelto proprio lui per ricominciare, dopo la separazione anticipata da Antonio Conte, titolare di un contratto fino al 2027.
Tutt’altro che rassegnato, il presidente, da un divorzio preventivabile, conoscendo la storia professionale dell’allenatore salentino. Tantomeno gravato da un vago senso di colpa, il Conte Max, apparso sereno nonostante il risultato rovinoso, costato carissimo ai rossoneri. Nondimeno, “allegrismo” e “corto muso” restano esercizi di stile capaci di fare proseliti in seno a un top club come il Napoli. Che sia vero oppure no in senso assoluto, Allegri rappresenta idealmente l’altra metà del cielo rispetto ai princìpi di gioco palesati nell’ultimo biennio all’ombra del Vesuvio dai partenopei. Perciò il prossimo anno gli azzurri dovrebbero muoversi sulla scia di un calcio comunque reattivo. Equilibrato nelle due fasi, ma con un’indole prettamente conservativa. Che, sia ben inteso, non va confuso con il concetto di difensivismo esasperato.
Cifre e numeri da far paura
Si è già abbondantemente discusso di come, affidando la panchina ad Allegri, ADL abbia voluto in sostanza rendere meno traumatico il post Conte, garantendosi una certa continuità tattica, senza necessariamente stabilire uno spartiacque tra prima e dopo la gestione di Don Antonio, che riteneva ormai il suo ciclo giunto al termine. Allora, la decisione presa dal cineproduttore segue una precisa logica. Non significa per forza affidarsi al medesimo sistema di gioco (3-4-2-1), bensì operare in funzione di una squadra meno contraddittoria nelle prestazioni. In grado, cioè, di sviluppare una proposta di gioco nient’affatto sterile o deludente, senza però snaturare troppo l’organico a disposizione.
E poco importa che i risultati accumulati nell’ultimo quadriennio da Allegri con Juventus e Milan dovrebbero far suonare un pericoloso campanello d’allarme. Preoccupante aver chiuso il campionato con punteggi che si assomigliano in maniera sinistra: 70, 72, 71 e 70 punti. Un altro dato emblematico riguarda il crollo avuto dai rossoneri quest’anno nel girone di ritorno: 28 punti in 19 giornate sono cifre raccapriccianti, che certificano la rottura prolungata della squadra, sul piano emotivo e squisitamente tecnico. Non può essere una statistica casuale, perché anche nell’ultima stagione in bianconero ottenne nel ritorno 21 punti in 17 partite.
Insomma, siamo lontani dall’allenatore fa raccolse l’eredità di Conte nel 2014, chiamato in fretta e furia al capezzale della Vecchia Signora da un disperato Andrea Agnelli, sedotto e abbandonato dal selentino a pochi giorni dall’inizio del ritiro estivo: ambiente lavorativo e circostanze erano totalmente agli antipodi rispetto alla situazione attuale.
Aziendalismo e sostenibilità finanziaria
Ecco emergere il problema di fondo: due stagioni con Conte hanno portato in dote Scudetto e Supercoppa Italiana. Al contempo, stressato talmente tanto le casse della società da suggerire una strategia orientata a salvaguardare il bilancio, piuttosto di appesantire ulteriormente le finanze. Sarà quindi un mercato da spending review, poiché i costi della rosa attuale, in termini di ingaggio, sono sicuramente insostenibili. Per cui, nell’anno del centenario, chi meglio di un conclamato aziendalista del calibro di Allegri potrebbe calarsi nella parte di taumaturgo?
Insomma, per questo motivo la scelta di Max ha un preciso significato. Mantenere il Napoli assai competitivo, almeno in Serie A. Del resto, nell’edizione della Champions appena consegnata agli annali, tanto gli azzurri, quanto il Milan, hanno patito l’intensità, con e senza palla, di qualsiasi avversari abbiano incontrato sul loro cammino: una costanza nel lavorare sotto ritmo, che paga in Italia. Ma diventa poi irrilevante e senza alcuna velleità in Europa.
E se ADL volesse cedere?
Lecito a questo punto chiedersi se Allegri sia davvero passato di moda. Il suo calcio da ancien régime, a tratti malinconico, mancando di brillantezza e dinamismo, è ancora spendibile a questi livelli, oppure il blocco basso che propone alla stregua di un dogma va derubricato a inutile immobilismo tattico. Forse non era il caso di affidarsi a un cultore del gioco moderno come Vincenzo Italiano, tra i maggiori esponenti della Nouvelle Vague della panchina, che puntano sull’efficacia di ipercinetismo, pressing alto e riaggressione immediata?
Tutte domande che ovviamente cadono nel buio. Ma fanno sorgere un dubbio atroce: e se lo sguardo di De Laurentiis si stia rivolgendo all’idea di cedere la sua creatura? In pratica, Allegri arriva per badare al sodo, ovvero assicurare al Napoli un posto in Champions, nonché permettere alla società di mantenere i conti in regola. Nel frattempo, lui si muove sottotraccia, e tesse la tela con i potenziali investitori americani. Sarà pure cinico questo tipo di ragionamento. Ma a pensar male si fa peccato. Tuttavia, spesso ci si indovina.
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