
Oltre due mesi di digiuno e nessuna voglia di farsi turbare dall’astinenza: Hojlund ha continuato a provarci, nient’affatto intristito dall’aver smarrito la via della rete, consapevole che stava comunque dimostrando la sua utilità per il Napoli. In effetti, nonostante l’ultimo gol fosse datato 5 ottobre, contro il Genoa, in tutto questo tempo il danese non si era mai eclissato dalla manovra, spendendosi in funzione della squadra, pur non buttandola dentro di persona.
Una maturità nel gestire il momento negativo palesata da intere partite a lavorare spalle alla porta. Come se fosse normale influenzare i flussi di gioco esclusivamente facendo le sponde. Riuscendo comunque a veicolare nei tifosi la sensazione di assoluto controllo nelle ricezioni, e anche in altri aspetti che caratterizzano i compiti di un attaccante moderno. Tipo accorciare verso la mediana per partecipare attivamente al possesso, rifinendolo grazie alla innegabile capacità nel trovare angoli di passaggio tali da favorire la circolazione del pallone, nello stretto oppure in campo aperto.
Sacrificio e lavoro sporco
Proprio questo il motivo per cui Conte non era preoccupato: il suo centravanti continuava a inanellare prestazioni di grande sostanza. Esibizioni in cui una teorica inferiorità rispetto all’avversario diretto, che lo obbligava quasi sempre a ricavarsi sprazzi di presenza, limitandosi allo scarico per il compagno a rimorchio, veniva controbilanciata da un evidente punto di forza. Ovvero, la qualità nella protezione della palla. Probabilmente una delle certezze più granitiche su cui l’allenatore salentino ha poggiato le basi sulle quali riscrivere la nuova identità dei Campioni d’Italia. Tornati ad essere devastanti con il 3-4-3.

Non va trascurato un piccolo particolare: in fase difensiva il Napoli attua una strategia scevra da qualsiasi rischio inutile. Quindi, aggredisce inizialmente l’avversario, ma se questi riesce a superare la prima pressione, gli azzurri “scappano” all’indietro. Accettando magari di schiacciarsi al limite dell’area e soffrire mentre il pallone lo gestiscono gli altri. In questo scenario tattico, l’unico modo per avere un po’ di tregua e uscire dalla morsa diventa scovare una linea di passaggio pulita verso Hojlund. Confidando nel fatto nessuno riesca a togliergli l’attrezzo. Questione di intuito e letture; caratteristiche che gli permettono di “sentire” fisicamente il marcatore. Coprendo la sfera; tenendosi in equilibrio nel contatto grazie all’aiuto del bacino, che gli permette di appoggiarsi e poi ruotare sull’uomo che lo controlla.
Neres-Hojlund, coppia ingiocabile
Al di là del lavoro sporco, però, quella contro la Juventus sembra davvero essere una prestazione indimenticabile per Hojlund, condita da una luccicante doppietta. Certo, ad attivarlo nell’azione dell’1-0 ha provveduto un Neres in devastante giornata di grazia. Difficile dire quanto ci sia di istintivo piuttosto che ragionato nel dribbling con cui ha annichilito la fascia destra della Vecchia Signora. La verità è che il brasiliano aveva fiutato il sangue, creando separazione con una finta virtuosa, arricchita da una scrollata con cui è sfuggito a Koopmeiners e Cabal, prima di mettere il cross sui piedi del numero diciannove.

Un repertorio reiterato nell’arco del match, determinante per manipolare l’intera fascia destra di Spalletti. Aggirando braccetto e laterale con strappi e conduzioni ipercinetiche. Dominando in quella porzione di campo dove la maggior parte degli esterni d’attacco diventa più fragile, poiché la linea laterale si trasforma in un ostacolo a tratti insormontabile. Tutto ciò si manifesta pure nella preparazione del raddoppio, con Neres aperto alla massima ampiezza per ricavarsi spazi utili a esplorare il secondo palo con una traccia carica di effetto. Un incubo per la retroguardia bianconera, costretta a subire l’incornata sovrastante dell’ex Manchester Uniuted su un pallone vagante, che ha sancito la legge del “Maradona”, imbattuto nell’anno solare.
© RIPRODUZIONE RISERVATA



